“Come è triste la prudenza” recita lo striscione appeso nella sala settecentesca occupata tre anni fa da un collettivo di artisti e lavoratori dello spettacolo. Ed è quello che deve aver pensato Ignazio Marino quando, dopo mesi di silenzio, ha deciso di buttare il cuore oltre l’ostacolo e annunciare che il tempo è scaduto: “Il teatro Valle deve tornare libero”. Nessuna forma di mediazione e, una volta sloggiati gli attivisti, semaforo verde a una gara per assegnare il prestigioso palco nel centro della Capitale.

Eppure da metà giugno negli uffici del Comune di Roma c’è un corposo dossier, commissionato dall’amministrazione a un gruppo di esperti, che suggerisce delle soluzioni molto diverse: qualsiasi ipotesi sulla futura governance della sala deve tener conto “dell’esperienza di gestione informale” degli occupanti e di quanto di buono “ha prodotto in termini di innovazione teatrale, culturale, gestionale e sociale”. Nello studio, che Il Fatto Quotidiano ha potuto leggere in esclusiva, c’è scritto: “E’ importante consentire ai valori e all’esperienza che TVBC (Teatro Valle Bene comune, il soggetto giuridico elaborato dagli occupanti, ndr) ha prodotto di essere parte del codice genetico della futura soluzione gestionale”.

Sarà anche a causa delle dimissioni di chi aveva commissionato il rapporto, l’ex assessore alla Cultura Flavia Barca (che se n’è andata a fine maggio senza essere stata ancora sostituita), ma per il momento Marino ha deciso di tenere il rapporto in un cassetto infischiandosene della road map elaborata dai tecnici nominati dalla sua stessa giunta. Così, venerdì scorso, annunciando l’indizione di una gara pubblica per la gestione del Valle d’intesa col ministero delle Attività culturali, il primo cittadino ha intimato agli occupanti di “rendere al più presto disponibile la struttura per favorire il processo di rilancio del prezioso spazio culturale”. Parole che non sono piaciute al gruppo che autogestisce la sala: “Fuori da ogni ipocrisia Marino si assuma la responsabilità politica di sgomberarci con la forza pubblica”.

Un muro contro muro che non lascia presagire niente di buono e un atteggiamento dell’amministrazione molto diverso dalle linee guida contenute nel rapporto, forse perché considerato troppo indulgente con l’autogestione: “Il Valle ha dato visibilità e voce a espressioni di un teatro giovane e indipendente che altrimenti sarebbe rimasto nell’ombra”.

Il dossier è stato commissionato lo scorso marzo dall’ex titolare della Cultura dopo l’impasse istituzionale generata dal rifiuto del prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro di riconoscere la Fondazione Teatro Valle Bene comune come soggetto giuridico accreditato alla gestione della struttura. Assieme alla Barca, cinque esperti, Franca Faccioli (docente di comunicazione pubblica), Mimma Gallina (consulente e organizzatrice teatrale), Christian Iaione (professore di diritto pubblico), Alessandro Leon (presidente del Centro ricerche Problemi del Lavoro), Marxiano Melotti (docente di sociologia della cultura) hanno fatto una serie di incontri con le principali istituzioni culturali della città fra cui Teatro di Roma, Filarmonica romana, Agis oltre che gli occupanti.

Il risultato delle audizioni sono 97 pagine che il sindaco Marino si guarda bene dal divulgare in cui, dopo l’analisi del contesto romano dello spettacolo dal vivo, dei punti di forza e debolezza del Valle, si delineano alcune soluzioni gestionali per il futuro dello spazio. Con una raccomandazione: prevedere una forma di coinvolgimento degli attuali occupanti alla luce dei loro risultati. Quali? Per i “saggi”, il merito principale è di avere portato nuova gente a teatro: soprattutto giovani che prima non erano mai stati fruitori di quel genere culturale. La “scoperta di un nuovo pubblico”, secondo gli esperti, bilancia le principali criticità: “L’illegalità determinata dall’occupazione” e “l’evasione dei diritti d’autore Siae”, principale argomento di chi sostiene che il Valle faccia concorrenza sleale alle altre compagnie.

Le ipotesi di gestione delineate sono tre e passano tutte dal “gesto simbolico” della riconsegna dello stabile alla città: affidamento del palcoscenico al Teatro di Roma con “successivo finanziamento di progetti di valorizzazione triennali a soggetti nonprofit”; affidamento della sala a un “singolo ente nonprofit per un congruo numero di anni, a seguito di un bando di evidenza pubblica”; concessione della struttura a un “consorzio che includa le principali organizzazioni teatrali non riconosciute della città, a seguito di un processo di aggregazione e di partecipazione e selezionato in base a procedure di evidenza pubblica”.

La soluzione maggiormente efficace, secondo gli estensori del rapporto, è la prima perché il coinvolgimento di TDR fornirebbe le garanzie necessarie per ragionale sull’operazione Valle “nell’ambito di un generale ripensamento del sistema teatrale cittadino”. Peccato che Marino voglia un bando di gara puro e semplice, neanche rivolto a realtà del terzo settore, che, come sottolineano fonti qualificate del Comune di Roma, ha tutte le sembianze di una privatizzazione. “La presa di posizione del sindaco rischia di vanificare il delicato lavoro fin’ora svolto”, si sfoga un dirigente dell’assessorato capitolino alla Cultura che conclude: “La nomina di un nuovo assessore non può più essere rinviata”.

Dal Fatto Quotidiano del 9 luglio 2014