La storia del Moby Prince non finisce mai. A 23 anni dalla sciagura di Livorno documenti, audio, video continuano a parlare. L’ultimo capitolo riguarda altre “navi fantasma“: più chiaramente imbarcazioni con nomi in codice o che hanno lasciato le loro “impronte” sulle registrazioni dei canali radio, ma sulle quali nessuno ha mai indagato prima. In particolare nelle comunicazioni di una nave militarizzata americana che quella notte era all’ancora davanti al porto e che parlò di una nave Agrippa che non c’è in alcun registro né in altre conversazioni radio. Agrippa in realtà potrebbe essere l’Agip Abruzzo, contro la quale il Moby finì contro. Ma perché chiamarla con un nome in codice?

Sono numerosi gli elementi nuovi che potranno essere approfonditi nella commissione d’inchiesta chiesta da M5s, Sel e Pd sia alla Camera che al Senato: si attende solo di votare il disegno di legge che ne decreterà la costituzione. E’ l’ultima speranza dei familiari delle 140 vittime che chiedono 23 anni dopo una verità convincente.

Di tutti questi aspetti ilfattoquotidiano.it ha dato conto. Il perito della Procura che tra i clienti aveva anche Moby e Eni (armatori delle due navi) e poi gli errori delle inchieste. Come una consulenza apparentemente ignorata che spiegherebbe la presenza della nebbia “strana” su cui si sono scontrate diverse testimonianze contraddittorie. O ancora come il punto di riunione in caso di emergenza che per anni è stato indicato come quello in cui sono stati trovati quasi tutti i corpi delle vittime (il Salone Deluxe) e che invece, secondo i documenti ufficiali, sarebbe dovuto essere al ponte superiore.

E quindi, ora, quello di altre “navi fantasma” è l’ennesimo tassello sul quale l’inchiesta condotta fin qui dallo studio di ingegneria forense Bardazza di Milano e ilfattoquotidiano.it cerca di fare luce.

Dalla nave Usa: “Siamo a un miglio dalla nave Agrippa”. Che non esiste
22.44.58 del 10 aprile 1991, rada del porto di Livorno. Sono passati 19 minuti dalla collisione tra il traghetto Moby Prince, che ha appena mollato gli ormeggi per dirigersi in Sardegna, e la petroliera Agip Abruzzo. I piloti del porto contattano la Capitaneria sul canale adibito alle chiamate di soccorso in mare, il numero 16, e chiedono se non sia il caso di sentire le altre imbarcazioni ancorate nella zona. La prima per vicinanza con la petroliera contro la quale è finita la Moby è una nave militarizzata americana, si chiama Cape Breton. E’ carica di armamenti che deve riportare a Camp Darby, la base Usa tra Livorno e Pisa, dopo la fine della prima guerra del Golfo.

I piloti tentano un contatto con la plancia della Cape Breton. Immediata arriva la risposta: “Yes. This is the Cape Breton, we’re approximately one mile north east of the vessel Agrippa, is that vessel’s fire, is there a fire on that vessel that’s been contained, over!” (l’audio originale). Sì, dice il comandante Michael Brown, questa è la Cape Breton, siamo a circa un miglio a nord est della nave Agrippa, è il fuoco di quell’imbarcazione… E’ il fuoco che era in quella imbarcazione che è stato contenuto, chiudo”.

Dalla Capitaneria trattano la chiamata con sufficienza (è solo una delle tante afasie di quella sera in guardia costiera), segnalando la necessità che l’imbarcazione si allontani; l’operatore del Cape Breton dichiara di aver già recuperato l’ancora e messo in stand by i motori. Tutto finisce lì.

La prima trascrizione: “Il capitano Usa ha detto adrift, alla deriva”
Durante la prima inchiesta su quella che è passata alla storia come la più grave tragedia della marineria civile in tempo di pace (140 morti, un solo sopravvissuto) il consulente del pm Luigi De Franco incaricato di trascrivere le conversazioni del canale 16 – registrato quella notte per un progetto sperimentale – produce un testo con molti errori. In particolare quel nome, Agrippa. Trascritto in prima battuta con “adrift”, ovvero “alla deriva”. Anche per questo per 15 anni tutti ignorano la rilevanza di questo elemento.

Inchiesta-bis, la consulente: “La parola è Agrippa”. Ma non ci furono indagini
Quella prima inchiesta è finita in processi in pratica senza colpevoli. La seconda è stata riaperta nel 2006 e richiusa con un’archiviazione nel 2010. La Procura di Livorno ordinò una nuova trascrizione delle registrazioni audio agli atti. Eleonora Giordano, l’incaricata, la depositò pochi mesi prima della chiusura delle indagini, a fine 2009 e trascrisse così la comunicazione del Cape Breton: “Yes this is Cape Breton we are aproximately 1 mile north east for .. “agrippa” is that vessel fired … disturbo … there’s fire, there’s fire on that vessel … that’s an … incendio, (‘incendio’ questa parola è in italiano)”. Dunque un’informazione chiave per la prima volta emerge: il Cape Breton descrive una situazione dov’è coinvolta la nave “Agrippa”.

Ma quella sera non c’era nessuna nave Agrippa
Perché è importante quel nome? Perché nell’area del porto di Livorno, quella sera del 10 aprile 1991, non c’è nessuna imbarcazione con quel nome. Per giunta l’unica nave interessata da un incendio, oltre al Moby Prince avvolto dal greggio incendiato ma che nessuno vede per ore, è l’Agip Abruzzo. Il comandante della Cape Breton, Brown, chiama quindi la petroliera Agip “Agrippa” e lo fa senza problemi, sul canale 16 (che nessuno sa essere registrato), parlando con la Capitaneria di Porto di Livorno. “Agrippa” non può essere altro che un nome in codice.

La “celebre” nave fantasma: “Theresa” (in “fuga”)
Quella notte un’altra nave fantasma girava per il porto di Livorno. Un’altra nave aveva lasciato il proprio nome in codice sui nastri registrati del canale 16. La stessa Procura lo confermò dopo l’inchiesta bis. Si chiamava Theresa ed è il perno di uno degli episodi più “celebri” della storia del Moby Prince: ““This is Theresa, this is Theresa for the ship one in Livorno anchorage, I’m moving out, I’m moving out!”. Theresa chiama la nave uno all’ancora nella rada di Livorno, mi allontano, mi allontano. Chi era Theresa? Chi era ship one, nave uno? Secondo un’analisi condotta sulle tracce audio dallo studio di ingegneria forense Bardazza di Milano (che sta lavorando su mandato dei familiari) si trattava della Gallant II, un’altra nave militarizzata americana all’ancora quella sera davanti a Livorno.

L’istanza di riapertura delle indagini ipotizzò: “Traffico di armi”
Benché il quesito cardine dell’istanza di riapertura dell’inchiesta (2006) presentata dall’avvocato Carlo Palermo per conto dei figli del comandante del Moby Prince fosse proprio la tesi del presunto traffico illecito di armi che avrebbe coinvolto gli Stati Uniti i pm di Livorno non decisero alcun approfondimento su quell’Agrippa individuato dalla loro stessa consulente: il 5 maggio 2010 chiesero l’archiviazione del caso (poi accolta). 

Chi era Agrippa? L’Agip Abruzzo
Oggi, a distanza di 23 anni dalla strage, si può sostenere senza dubbio che quanto disse il capitano Brown sul canale 16 fu proprio “Agrippa”. E allora perché quel nome in codice? Perché quando Brown utilizza quel nome la Capitaneria di Porto di Livorno non fa una piega? Infine Brown non fa un solo accenno a una seconda imbarcazione né a un secondo punto di fuoco. Vale a dire che non vede la Moby Prince che secondo le ricostruzioni ufficiali dovrebbe essere una palla di fuoco che vaga di fronte al lungomare livornese. Dalla sua posizione, leggermente più vicina alla costa e al porto rispetto ad Agrippa, distingue solo un incendio ormai “contenuto”, sulla stessa Agrippa.

Chi è Agrippa? Difficile esserne certi, ma l’unica imbarcazione che in quel momento aveva avuto e poi contenuto un incendio a bordo e stava proprio a circa 1 miglio a sud ovest della Cape Breton era la petroliera Agip Abruzzo. Agrippa è quindi l’Agip Abruzzo? Se così fosse perché il comandante di una nave militarizzata americana nomina in codice una petroliera italiana durante una conversazione con la Capitaneria di Porto e nessuno ne chiede conto?

Twitter @franchescosanna