Il governo ha dato una prima dimostrazione delle sue capacità di riformare la Giustizia: terrificante.

Art. 8 Dl 92/2014: niente carcerazione preventiva se il giudice ritiene che la pena definitiva non supererà i 3 anni. Nel 90% dei casi è così. Ovviamente, è un’idiozia: e se si tratta di un soggetto pericoloso? Se inquina le prove? Se scappa? Se è uno che perseguita moglie, marito, fidanzata/o, collega di lavoro (si chiama stalking)? Che facciamo? Stiamo a guardare e gli diciamo che non sta bene?

Ma poi: la carcerazione preventiva è quella che si sconta fino alla sentenza definitiva, in genere fino a quella di Cassazione. Sicché capiterà che un imputato sia condannato in primo grado a 3 anni e mezzo. È un soggetto pericoloso, lo hanno arrestato e processato prima possibile, diciamo in 7/8 mesi. 3 anni e mezzo, bene, li sconterà. Invece no: bisogna sottrarre i 7 mesi già passati in prigione. Restano 2 anni e 11 mesi. Scarcerato subito, non può restare in carcerazione preventiva (la sentenza è solo di primo grado): pena inferiore a 3 anni. Fantastico.

Ma c’è di peggio. Art. 656 del codice di procedura: al momento della sentenza definitiva, un condannato (anche per pena inferiore a 3 anni), se detenuto in carcerazione preventiva, comincia scontare la pena che gli resta. Potrà fare istanza per arresti domiciliari o affidamento in prova ma, intanto, resta in galera; e, se pericoloso, l’istanza potrebbe essere respinta.

Ma se invece è a piede libero; e per lo più lo sarà perché la nuova legge vieta la carcerazione preventiva per pene inferiori a 3 anni; allora attenderà in totale libertà che il giudice si pronunci sulla sua istanza di arresti domiciliari. Intanto potrà commettere altri reati ai quali si applicheranno le fantastiche nuove regole.

Ma di che ci preoccupiamo, bisogna smetterla con la barbara soluzione della galera, occorrono misure alternative alla detenzione; appunto gli arresti domiciliari. E come no, basta un domicilio dove scontarli. Sicché chi ha un lavoro, una casa, una famiglia; insomma chi è una persona normale con una vita normale, ragionevolmente un po’ meno pericoloso di chi non ha casa e vive di espedienti; lui finirà agli arresti domiciliari; e quello senza fissa dimora no, perché un domicilio dove scontarli non ce l’ha. Allora, prigione? Macché, pena inferiore a 3 anni, non si può.

Va bene, però c’è il braccialetto elettronico! Beh, veramente c’era. Adesso non c’è più: sono finiti. La convenzione stipulata con Telecom prevedeva la fornitura di 2.000 braccialetti. Ad aprile Telecom ha scritto al Ministero degli Interni: occhio, ne sono stati utilizzati X; se il trend è questo, a luglio saranno finiti. Una voce nel deserto. Così qualche giorno fa il Capo della Polizia ha scritto al Ministro della Giustizia: i braccialetti sono finiti, ce ne saranno altri non prima del 2015. O li mandate agli arresti domiciliari o li mettete in libertà. Ma è terribile! E poi, perché fino al 2015, non basta ordinare a Telecom altri X mila braccialetti? Eh no, ci va la gara europea.

Riassumendo. Non ci sono carceri: questa è la ragione di tutte queste leggi demenziali. Monti/Severino, Letta/Cancellieri e Renzi/Orlando hanno risolto il problema a modo loro: i delinquenti non possono essere arrestati; e, se sono già dentro, bisogna metterli fuori. La legalizzazione dell’illegalità. Di costruire qualche carcere in più non se ne parla?

il Fatto Quotidiano, 4 Luglio 2014