Prosegue tra le polemiche il cammino delle riforme. In mattinata la Commissione Affari costituzionali del Senato ha ripreso l’esame e il voto degli emendamenti al ddl 1429, contenente le modifiche al testo costituzionale. Tra quelli approvati, un emendamento in particolare ha scatenato le reazioni dell’opposizione. E’ firmato dai due relatori, Anna Finocchiaro (Pd) e Roberto Calderoli (Lega) e modifica l’articolo 71 della Costituzione: in base al testo licenziato, per la presentazione delle leggi di iniziativa popolare serviranno 250 mila firme e non più 50mila come previsto ora dalla Carta. Secondo i proponenti, la discussione e l’approvazione in Parlamento delle proposte di legge d’iniziativa popolare saranno “garantite nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari”. In Commissione erano stati presentati diversi subemendamenti che chiedevano che questi tempi certi (per esempio tre mesi o sei mesi) fossero inseriti direttamente in Costituzione, ma la Commissione ha deciso di approvare l’emendamento dei relatori.

L’ok alla modifica ha scatenato diverse reazioni polemiche. “Senato nominato, no all’elezione diretta del Capo dello Stato o del presidente del Consiglio, e ora l’aumento di 5 volte delle firme per le proposte di legge d’iniziativa popolare. È evidente il fastidio per la partecipazione popolare – attacca il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale, Fabio Rampelli– il tutto arriva da un presidente del Consiglio ‘eletto’ tramite primarie di partito, non regolamentate per legge”. “I partiti hanno messo a segno un vero e proprio golpe – afferma in una nota il deputato M5S Riccardo Fraccaro – l’emendamento è fortemente lesivo del diritto dei cittadini di esercitare l’iniziativa delle leggi”. “Una maggioranza parlamentare di nominati, inquisiti e condannati fondata sull’inciucio sta scardinando la Costituzione per riscriverla ad uso e consumo del sistema partitocratico“, prosegue Fraccaro. “I partiti tolgono ancora potere ai cittadini”, scrive Beppe Grillo su twitter.

La commissione ha approvato, poi, un emendamento dei relatori al ddl Riforme che modifica l’articolo 72 della Costituzione. La modifica prevede una corsia preferenziale per la discussione e l’approvazione in Parlamento dei disegni di legge indicati dal governo come “essenziali per l’attuazione del programma“: i ddl in questione dovranno essere posti in votazione entro 60 giorni dalla richiesta dell’esecutivo. Viene, in pratica, inserita in Costituzione la fattispecie della cosiddetta “ghigliottina“: “Il governo può chiedere alla Camera dei deputati – si legge nell’emendamento riformulato – di deliberare che un disegno di legge, indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo, sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla votazione finale entro sessanta giorni dalla richiesta. Decorso il termine, il testo proposto o accolto dal governo, su sua richiesta, è posto in votazione, senza modifiche, articolo per articolo e con votazione finale. In tali casi, i termini di cui all’articolo 70, terzo comma, sono ridotti della metà“.  Sono esclusi “i ddl in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi”. Per questi rimane il normale iter, il quale prevede che sia la Conferenza dei capigruppo della Camera a stabilire i tempi, con un accordo tra i gruppi parlamentari, ma entro la quale il governo può avanzare le proprie richieste.

Un terzo emendamento firmato dai relatori e approvato dalla Commissione prevede, poi, che la Corte Costituzionale potrà dare il parere preventivo di costituzionalità sulle leggi elettorali “su ricorso motivato di almeno un terzo dei compenenti di una delle due Camere”. Il testo modifica l’articolo 10 del ddl Riforme. “Le leggi che disciplinano l’elezione dei membri della Camera e del Senato possono essere sottoposte, prima della loro promulgazione – si legge nell’emendamento riformulato – al giudizio preventivo di legittimità costituzionale da parte della Corte costituzionale su ricorso motivato presentato da almeno un terzo dei componenti di una Camera, recante l’indicazione degli specifici profili di incostituzionalità. La Corte costituzionale si pronuncia entro il termine di un mese e, fino ad allora, resta sospeso il termine per la promulgazione della legge. In caso di dichiarazione di illegittimità costituzionale, la legge non può essere promulgata“.