Sevizie, torture, segregazioni, violenze fisiche, stupri di gruppo. La morte è solo l’ultima stazione di un girone dell’inferno al quale migliaia di migranti si sottopongono partendo dalle coste del Nord Africa e del Medio Oriente per cercare la fortuna da quest’altra parte del mare. Un retroscena che emerge dall’inchiesta sulla più grave tragedia del Mediterraneo dal Duemila ad oggi, cioè la strage di Lampedusa (più precisamente davanti all’isola dei Conigliavvenuta il 3 ottobre 2013, quando morirono 366 persone (e si salvarono in 155). L’operazione della polizia ha portato al fermo di 9 persone (4 sono ricercati) e all’avviso di garanzia per altre 5. I provvedimenti sono stati emessi dalla Dda di Palermo nei confronti di altrettanti soggetti ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere, nonché di favoreggiamento dell’immigrazione e della permanenza clandestina. Tutto questo all’indomani dell’ennesima tragedia, avvenuta al largo di Pozzallo, sempre in Sicilia, che ha come sempre avuto un riflesso sul mondo politico con polemiche e scontri a distanza.

Migranti in mare dopo il naufragio 
L’inchiesta ha ricostruito rotte e tappe di quel viaggio finito in tragedia, ma anche di altri compiuti da centinaia di migranti, spinti e sfruttati durante le peregrinazioni, dai componenti di un network criminale transnazionale, composto da eritrei, etiopi e sudanesi. “Per me l’America è qui” diceva uno dei trafficanti di esseri umani, intercettato. Nessuna pietà per i morti: “Inshallah!” dice un altro sempre al telefono. “Così ha voluto Allah”. Conversazioni che fanno parte delle oltre 3mila intercettazioni. Ne esce il quadro agghiacciante di un’attività svolta senza scrupoli da gente che considera il traffico di uomini alla stregua di un lavoro redditizio e sicuro. “Per me l’America è qui”, appunto. Le tariffe per ogni passeggero, d’altra parte, variano da caso a caso ma in media superano i mille dollari. A conti fatti, gli investigatori calcolano che ogni barcone può fruttare una cifra che sfiora il milione di euro. Il sistema, dicono gli inquirenti, è così in grado di offrire un servizio completo. Comprende il reclutamento, il trasferimento e la custodia dei passeggeri ma anche l’offerta del “sogno” di raggiungere un paese nel quale costruire il proprio futuro. L’organizzazione si occupava anche di fornire alloggi, vitto, passaporti falsi. Solo per quest’ultimo documento i migranti pagavano 7mila euro, altre cifre (fino a 3mila dollari) servivano per partire e per consentire il ricongiungimento con chi stava all’estero e ottenere la cittadinanza venivano organizzati matrimoni di comodo. Un viaggio, insomma, poteva costare fino a 10mila dollari.


Alfano contestato ai funerali di Stato a Lampedusa 
La mente dell’organizzazione transnazionale di esseri umani era un cittadino del Sudan. E proprio nello stato dell’Africa sahariana c’era il centro di raccolta dei migranti. Dopo essere stati “venduti” a referenti libici e prima di imbarcarsi su navi di fortuna alla volta dell’Italia, gli extracomunitari venivano “stipati” in magazzini, veri e propri lager, dove spesso le donne erano oggetto di sevizie e stupri di gruppo. Tra i destinatari dei provvedimenti ci sono un etiope e un sudanese, ritenuti, da tempo, tra i più pericolosi e importanti trafficanti di migranti. Quest’ultimo, per esempio, aveva il ruolo di raccogliere a Khartoum (in Sudan) una consistente parte di migranti che venivano trasferiti, spesso con modalità vessatorie, a Tripoli (in Libia), dove l’altro, dopo averli tenuti segregati in diverse abitazioni, di cui ha la disponibilità, li faceva imbarcare su natanti fatiscenti diretti verso le coste siciliane. In Sicilia trovavano una cellula eritrea – che lavorava in particolare ad Agrigento e Roma – che aiutava i migranti a restare in Italia e ne agevolava l’espatrio in altri Paesi dell’Unione Europea, soprattutto in Norvegia e Germania, nel continente americano, tra tutti il Canada.