In Iraq “centinaia di soldati sono stati decapitati e impiccati a Salahaddin, Ninive, Dilaya, Kirkuk e nelle zone dove si trovano i jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”. Con queste parole Qassem Atta, portavoce per gli affari di sicurezza del premier iracheno Nouri al-Maliki, ha annunciato l’ennesimo attacco dei ribelli all’esercito iracheno. In un primo momento le forze governative si sono ritirate dalle città prese di mira dall’Isil, mentre ora sono tornate a combattere sul campo l’avanzata dei jihadisti. Si è trattato di una “ritirata strategica”, ha spiegato Atta, dicendo che l’obiettivo è “aprire più fronti e rafforzare le nostre posizioni”. I ribelli hanno colpito anche ad Hilla, città a 100 chilometri a sud di Baghdad, attaccando un convoglio che trasportava prigionieri e provocando la morte di 70 persone.

Nel pieno delle violenze tra i ribelli e le forze governativa è arrivato a Baghdad il segretario di stato americano John Kerry. La sua missione, che era stata annunciata dal presidente Barack Obama, fa parte di un tour nella regione. L’obiettivo è quello di cercare una via d’uscita al conflitto, che continua a fare vittime anche tra i civili. Il segretario di stato ha incontrato il primo ministro iracheno Nouri Al Maliki per discutere della proposta americana di dar vita a un governo di Baghdad “inclusivo”, che tenga conto delle istanze di ampi settori della comunità sunnita, ostile allo sciita Maliki e in parti solidale con l’insurrezione in corso da parte di estremisti armati jihadisti. Al termine dell’incontro con il presidente iracheno, Kerry ha assicurato che gli Stati Uniti promettono “agli iracheni un aiuto intenso e sostenuto” perché l’offensiva in corso dei miliziani qaedisti costituisce “una minaccia esistenziale” per il Paese. Lo scopo principale degli Usa, infatti, è quello di “aiutare” le forze governative a impegnarsi in prima persona sul territorio, anche attraverso l’invio di circa 300 consiglieri militari nella capitale irachena.

La visita in Iraq di Kerry segue quelle al Cairo e in Giordania, dove il segretario di stato americano si è recato ieri. La crisi in Iraq è stato uno dei temi al centro dei colloqui avuti nelle due capitali. “Ciò che accade in Iraq non accade a causa degli Stati Uniti“, ha affermato rispondendo a una domanda durante la visita al Cairo. “Gli Stati Uniti hanno versato sangue e lavorato duramente per anni per dare agli iracheni l’occasione di scegliersi la propria leadership e il proprio governo”.

Intanto i miliziani jihadisti dell’Isil continuano la loro avanzata nell’ovest del Paese e ieri hanno ucciso a sangue freddo almeno 21 persone nelle città occidentali di Rawa e Aana, conquistate oggi dopo il ritiro delle truppe di Baghdad. Inoltre almeno sei persone, parenti di un poliziotto deceduto qualche giorno fa in uno scontro, sono morte in due diversi attacchi a Ramadi, nell’ovest dell’Iraq. Secondo la polizia nel primo attacco un kamikaze si è fatto esplodere all’interno di un edificio dove molte persone si erano recate a fare le condoglianze alla famiglia del poliziotto. E, poco dopo, un’autobomba è esplosa nelle vicinanze. Il bilancio, oltre alle sei vittime, conta anche otto feriti. I ribelli jihadisti hanno anche messo a segno la cattura di due valichi di confine: uno alla frontiera con la Giordania, l’altro con la Siria