Se parlaste con un costaricense delle nostre contraddizioni e dei nostri litigi, del nostro essere poco fiduciosi verso il futuro, con ogni probabilità farebbe fatica a comprendervi. Non per una questione d’idioma, anche perché nella lingua di terra che unisce le Americhe si parla lo spagnolo e, storpiando questo e quell’altro termine, alla fine ci si capisce. Più semplicemente perché zizzania, malumori e incazzature sono state messe alla porta dalla Costa Rica. Secondo due recenti studi internazionali, il paese centramericano è lo Stato più felice al mondo.

Dal 1949, anno in cui è finita la guerra civile, la Costa Rica ha abolito l’esercito destinando le spese militari ad altri settori pubblici per cercare di colmare le differenze di benessere tra la popolazione, che esistono e resistono. Roba che se spiegassimo il dibattito attorno agli F-35 diventeremmo la barzelletta più raccontata per le strade di San José, la capitale. Qui hanno sede la Corte interamericana dei diritti umani e l’Università per la pace delle Nazioni Unite. L’ex presidente Oscar Arias Sanchez ha ricevuto il Nobel per la Pace nel 1987 per il suo impegno nel tentativo di mediare le agitazioni politiche nel Centroamerica. Possiamo continuare: la Costa Rica è il primo stato ad aver riconosciuto il Kosovo e fa lo stesso con Palestina e Sahara occidentale. Non bastano i circa 10mila dollari di reddito pro-capite (dati 2012) per rimpicciolire ‘Pura vida!’, il motto più usato nelle strade e nei locali della Costa Rica.

La sua origine è incerta (c’è chi dice che venga dal titolo di un vecchio film messicano) ma il significato è inequivocabile: va tutto bene, non abbiamo pensieri. Come succede in campo ai 23 del ct Luis Pinto, domani avversari dell’Italia. Arrivati in Brasile con un volo di linea, i Ticos alloggiano in un hotel dove le altre stanze sono occupate da gente comune, per un Mondiale da vivere senza preoccupazioni né eccessi. L’unico concesso – e l’hanno ammesso candidamente – è quello sul numero di bottiglie di birra stappate dopo il 3-1 all’Uruguay. Pura vida, appunto. Tanto in Brasile tutti pensavano fossero una meteora e invece vogliono fare sul serio. Loro ci hanno sempre creduto, è il resto del mondo che non li ha dipinti come avversari credibili. Accadde lo stesso a Italia ’90, quando nessuno conosceva l’esordiente nazionale di Bora Milutinovic (cinque paesi diversi allenati ai Mondiali) eppure raggiunse gli ottavi.

Un vago ricordo dovrebbero avercelo i genovesi, perché la Costa Rica – per uno strano incrocio del destino – viaggiò nel nuovo mondo della Coppa e approdò nelle inesplorate terre post- girone battendo Scozia (1-0) e Svezia (2-1) a Genova, città di Cristoforo Colombo che scoprì il territorio costaricense nel 1502 sbarcando nel golfo di Cariari. E invece niente, abbiamo quasi sorriso quando a dicembre l’urna ha accoppiato l’Italia ai Ticos. Dopo l’Uruguay, però, promettono d’infilzare anche gli azzurri. E se dovesse andar male, torneranno a San José prendendo un altro aereo di linea. Per stendersi al sole sulle spiagge del mar dei Caraibi, acqua cristallina a far da contorno al 27 per cento del territorio nazionale protetto, tra la più vasta varietà al mondo di orchidee e una delle 850 specie di uccelli censite. Natura, mare, pace e pallone, giocato ad alta velocità e senza pensieri. E’ lo stile Costa Rica, ‘pura vida!’ e scherzetti ai campioni del mondo.

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