Il caso Orfini, novello presidente Pd, non è meno interessante – semmai molto più clamoroso – del «caso Niccolai», l’indimenticato stopper del Cagliari che rese la sua gloria ancor più planetaria per via di quell’attitudine maldestra a scaricare la sfera alle spalle del suo portiere (“ovviamente involontaria”, specifica Wikipedia con raro sadismo) e che spinse il suo allenatore, l’affaticato Scopigno, il giorno in cui seppe che il prode Comunardo si sarebbe imbarcato per i Mondiali messicani del ’70, a mostrare per intero la sua consapevole sorpresa: «Non mi sarei mai aspettato di vedere Niccolai via satellite…»

Ecco, a dire il vero, neppure noi ci saremmo aspettati in diretta streaming l’incoronazione di Matteo Orfini a qualcosa purchessia, e se poi quel qualcosa è addirittura il luogo di elezione sentimentale di tutti i militanti, cioè la presidenza taglia nastri del partito, dobbiamo serenamente concludere che il segretario è riuscito nell’impresa di trasformare il reciproco disprezzo in reciproca convenienza. Ammetterete, una buonissima mossa. L’idea un po’ consolatoria che un partito del 2014 debba vivere di pesi e di minimi contrappesi (onestamente la figura dell’Orfini non è titanica in sé), per cui offrire uno zuccherino a quella parte residuale di dissenso che altrimenti lo boicotterebbe a giorni alterni sui giornali, contrasta un po’ con la foga liquidatoria con cui Renzi ha rimosso i dissidenti che, secondo lui, si frapponevano tra lui e l’epocale riforma del Senato, quel nuovo bivacco bi-settimanale immaginato da chissà quali cervelloni.

Ma se i due Renzi serenamente convivono, a uno dei due, possibilmente il migliore, andrebbe fatta chiara e tonda una semplice domanda: quanto le interessa veramente il confronto delle idee, quanta importanza attribuisce allo scambio anche franco, anche diretto, alle volte anche concitato, di opinioni diverse, con quanto e quale equilibrio vive il possibile innesto di energie nuove e diverse all’interno del suo impianto politico? A di là, infatti, di una generica disponibilità al dialogo, c’è un territorio renziano che appare al momento insondabile: la sua attitudine democratica. Che non significa, sia chiaro, ch’egli sia automaticamente antidemocratico, ma che invece cerca di delineare meglio l’ampiezza liberale della sua anima, laddove ci si lasci volentieri sorprendere da consigli “nemici”, o per lo meno non amici.

Nella vicenda di questo benedetto Senato, il problema appare più e meglio nella sua nettezza. È chiaro che la riforma, per come è stata concepita da Renzi, dalla Boschi e dai costituzionalisti a cui si sono affidati, è «una cagata pazzesca». Prima ancora che nelle sue pieghe più tecniche, nella pochezza imbarazzante con cui hanno pensato di “metter fine” a un’istituzione così alta. È mancato proprio il confronto culturale, che se da una parte poteva essere tenuto vivo dalla freschezza provinciale e contagiosa di Renzi & C., dall’altra invece credeva di poter risolvere la questione sostituendo la storia con la gita sociale all’ombra del Colosseo. Nessun Paese ha risolto così, perché questo avrebbe significato ridere di sé, considerare totalmente inutile una parte della propria storia (anche quella migliore). E in questo la lotta al bicameralismo perfetto non c’entra nulla, è chiaro a tutti, da qualche lustro anche luminosamente, come due Camere uguali non avessero più senso. Ma ci voleva studio, applicazione volonterosa, confronto internazionale, prima di ridursi in questa condizione. Anche la storia dell’ineleggibilità-eleggibilità ha il sapore del pretesto.

Ecco, se neppure su questa vicenda del Senato, peraltro paradigmatica, Renzi dovesse ascoltare qualche buon consiglio “esterno”, se ne trarrebbero definitive conseguenze sulla sua attitudine democratica.