Crollano le quotazioni di Jean-Claude Juncker alla testa della Commissione europea. Il vertice a porte chiuse svoltosi ieri e oggi in Svezia tra Angela Merkel, David Cameron e i premier olandese e svedese potrebbe aver dato il colpo di grazia alla candidatura del lussemburghese alla Presidenza della Commissione. All’orizzonte si delinea un compromesso tutto nordico che accontenti da una parte i falchi del rigore nord europei e dall’altra il freno ad una maggiore integrazione europea tirato come non mai dalla Gran Bretagna. A parole la Cancelliera tedesca continua a sostenere Juncker, ma in fondo una sua bocciatura potrebbe fare comodo anche a Berlino.

Un mini vertice esclusivo e a porte chiuse. Non a caso i quattro si sono riuniti a Harpsund, nella residenza estiva del premier svedese Fredrik Reinfeldt, un luogo verde e molto isolato dove le porte più che chiuse erano a dir poco sbarrate. Oggetto dell’incontro, la corsa alla Presidenza della Commissione europea del lussemburghese Jean-Claude Juncker. Gran Bretagna e Svezia sono fermamente contrarie, i Paesi Bassi sono scettici mentre la Germania è ufficialmente a favore. David Cameron, Fredrik Reinfeldt (Svezia) e Mark Rutte (Olanda) devono aver capito che basta convincere Berlino per affondare la candidatura dell’ex presidente dell’eurogruppo. Ovviamente non senza offrire qualcosa in cambio.

Jean-Claude Juncker non ha legittimazione in Gran Bretagna”. Lo ha detto senza mezzi termini il Premier britannico alla vigilia del mini summit, un’opposizione dura e pura a quello che è visto come un candidato troppo “europeista” rispetto al vento di euroscetticismo che soffia forte più che mai oltre la Manica. Il niet di Cameron è stato appoggiato nei giorni scorsi anche dai labour, convinti che la nomina di Juncker renderebbe “più difficile fare le riforme di cui la Ue ha bisogno”. Sullo sfondo, il referendum per uscire dall’Ue promesso per il 2017, al quale Cameron ha fatto implicito riferimento.

Ma a ben guardare l’opposizione a Juncker è soprattutto una questione di principio. Lo ha detto fuori dai denti lo svedese Fredrik Reinfeldt in un’intervista al Financial Times: “Siamo contro l’idea degli spitzenkandidaten (i nomi proposti dal Parlamento europeo, nda) perché questo rende impossibile la corsa per chiunque altro, eliminando molti potenziali presidenti della Commissione”. Reinfeldt ha spiegato che il suo Paese “ha messo in discussione l’intero processo” decisionale sulla nomina del prossimo Barroso, perché “bisognerebbe trovare un equilibrio tra le diverse istituzioni”.

Ribaltata la volontà popolare. In teoria il Presidente della Commissione europea è designato dal Consiglio europeo, tenuto conto delle elezioni europee e fatte le appropriate consultazioni, a maggioranza qualificata (almeno 228 su 321 voti ponderati) ed è eletto dal Parlamento europeo a maggioranza assoluta (almeno 376 voti su 751). Una lettura europeista del trattato di Lisbona, vorrebbe che il candidato della famiglia politica europea vincitrice delle elezioni – in questo caso il Ppe – sia il prescelto, almeno questo è quello che i cinque candidati al Berlaymont (l’edificio principale della Commissione) hanno ripetuto allo sfinimento durante la campagna elettorale. Ecco che il summit svedese costituisce un tentativo di inceppare l’intero meccanismo, non solo per l’opposizione al candidato del Ppe ma perché condotto a porte chiuse tra soli quattro leader nazionali e senza nemmeno il responsabile delle negoziazioni stesse, il belga Van Rompuy.

Incerta la posizione della Germania. Anche se a parole la Cancelliera tedesca sostiene Juncker – lo ha ribadito anche in Svezia, “Juncker è il mio candidato, è lui che vorrei alla testa della Commissione” – le recenti aperture alla Gran Bretagna – “dobbiamo considerare Juncker ma anche la posizione di Cameron” – lasciano ipotizzare un possibile piano B per Berlino, ovviamente sempre all’insegna del rigore nordico e del metodo intergovernativo (ovvero che bypassi il parlamento). Ecco che si torna a parlare di possibili outsider come il Premier irlandese Enda Kenny, quello finlandese Jyrki Katainen o lo stesso svedese Fredrik Reinfeldt – che tra l’altro a settembre potrebbe andare a casa visto che i sondaggi lo danno perdente alle elezioni nazionali.

A questo punto lo scontro con il Parlamento europeo è dietro l’angolo. Se i cinque principali gruppi dell’europarlamento manterranno fede alla parola data in campagna elettorale, ovvero voteranno contro qualunque candidato diverso dai cinque proposti, difficilmente si arriverà alla nomina del post Barroso il prossimo luglio. Sì perché, nonostante i tentativi dei governi nazionali di mantenere la presa sull’intero processo di nomina, l’approvazione finale del Parlamento europeo è indispensabile. Altrimenti la poltrona più importante del Berlaymont rimarrà vacante per un po’.

@AlessioPisano