La Cassazione ha deciso: la Lombardia non è più solo una regione del nostro Paese, ma anche il quarto mandamento della ‘ndrangheta. E così dopo quello Ionico, Tirrenico e quello di Reggio Calabria, si aggiunge quella che viene definita la locomotiva d’Italia. I supremi giudici hanno emesso il verdetto ieri notte confermando ben 110 condanne emesse durante i processi di primo e secondo grado. Si chiude così il maxi-processo milanese alle cosche iniziato nel luglio 2010 con i 170 arresti del blitz Infinito.

In quei giorni d’estate Milano e tutta la Lombardia si scoprì sotto assedio. Nell’ordinanza firmata dal giudice Andrea Ghinetti finirono estorsioni, minacce. Ma non solo. Fu scattata la fotografia di una ‘ndrangheta unitaria, retta in Calabria coma a Desio, da un organo di controllo, custode della tradizione e delle cariche mafiose, capace di dirimere controversie e di pianificare strategie generale. Come Cosa nostra? Affatto. Un milione e mezzo di conversazione ascoltate da 50 carabinieri del nucleo provinciale di Monza, all’epoca guidati da un investigatore tosto e preparato come il colonnello Giuseppe Spina, mostrarono altro. L’unità certamente, ma anche la capacità di autogestirsi di ogni locale. Perché se da un lato omicidi e promozioni devono essere decise a livello di Provincia, gli affari sono di pertinenza del singolo locale.

L’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini supportata da un pool di magistrati preparati come Alessandra Dolci, Mario Venditi e Paolo Storari, ha svelato la rete, mandando in archivio filmati storici come la riunione al santuario di Polsi (nel cuore dell’Aspromonte) oppure la riunione del 31 ottobre 2009 al circolo Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano, quando i vertici della Lombardia si riunirono per nominare il nuovo referente per il nord iTalia dopo l’assassinio di Carmelo Novella, il boss che voleva fare la secessione mafiosa e che fu crivellato di colpi fuori da un bar di San Vittore Olona nell’estate del 2008.