Decine di milioni di euro sono sono altrettante buone ragioni per seguire il processo Pirelli per le morti da amianto, entrato da poco nella fase dibattimentale presso il tribunale di Milano. Si tratta di 55 milioni di euro nel 2012, più di 60 milioni nel 2011 e così a ritroso fino al 2006: soldi che gli italiani hanno affidato all’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc) attraverso il 5 per mille. Un bonifico alla speranza, lo si potrebbe chiamare, per l’alto valore simbolico che quella devoluzione rappresenta. Ma proprio l’Airc si trova a fronteggiare, con l’apertura di questo procedimento per omicidio colposo: tra gli imputati vi è infatti Piero Sierra, ex amministratore delegato di Pirelli (dove ha trascorso la sua lunga carriera professionale) e soprattutto presidente dell’associazione negli ultimi nove anni, fino allo scorso 28 maggio quando il suo terzo mandato è scaduto e non è stato riconfermato: al suo posto è stato nominato l’avvocato Pier Giuseppe Torrani.

Non si fa fatica a comprendere il motivo di questo imbarazzo: i decessi da amianto sono dovuti in buona parte al mesotelioma pleurico, un tumore che solitamente non lascia speranza a chi lo contrae. E delle proprietà cancerogene dell’amianto si sa da molto tempo, anche se solo dal 1992 è vietato il suo utilizzo in Italia. Ma nell’ultimo decennio a capo del più importante motore per la ricerca sul cancro italiano (Airc nel 2012 ha devoluto 88 milioni di euro alla ricerca) c’è stato colui al quale il sostituto procuratore Maurizio Ascione – coordinato dall’aggiunto Nicola Cerrato – addebita più di cento morti accertati, due terzi dei quali da mesotelioma, a causa dell’esposizione all’amianto negli stabilimenti milanesi di viale Sarca e via Ripamonti. Non solo: tra gli 11 imputati per i due tronconi nei quali è stato suddiviso questo procedimento c’è anche Guido Veronesi, anch’esso in passato ai vertici della Pirelli e fratello di Umberto, il chirurgo oncologo di fama mondiale (ex ministro della Salute) tra i creatori di Airc, dell’Istituto europeo di oncologia e della Fondazione omonima. Ovvero i salotti buoni della ricerca italiana, dove siedono i manager e imprenditori più importanti d’Italia.

“L’associazione è in una posizione di attesa rispetto a questo procedimento”, dice a ilfattoquotidiano.it Niccolò Contucci, direttore generale di Airc. “Abbiamo molto rispetto per il lavoro fatto in questi anni dal presidente Sierra, manager dalle ottime capacità organizzative che ha permesso ad Airc di continuare a svilupparsi fino agli attuali livelli. Ricordo che anche nel 2013 il nostro sostegno alla ricerca è stato importante con 77 milioni di euro deliberati grazie a tutte le donazioni e i contributi di cui godiamo”. Oltre al 5 per mille, l’Airc riceve fondi dai propri soci e dalla raccolta attraverso le giornate dedicate alle azalee, alle arance della salute e simili, per un totale di un’altra cinquantina di milioni nel 2012. “Di questi solo un paio di milioni derivano da contributi aziendali, perlopiù legati ai biglietti di auguri festivi che le aziende ci commissionano per sostenere le nostre attività. Negli ultimi 10 anni nessun contributo è arrivato da Pirelli: il più grande sostenitore tra le aziende resta Esselunga (Giuseppe Caprotti siede nel board direttivo, ndr)”.

Pirelli invece sostiene da circa dieci anni la Fondazione Umberto Veronesi attraverso donazioni per la realizzazione dell’annuale conferenza “Future of science”, che si tiene a Venezia. La società si sfila da ogni responsabilità e fa sapere di “non aver mai utilizzato amianto quale componente nella produzione degli pneumatici” e che “all’epoca l’uso dell’amianto negli edifici era pratica comune nelle tecniche di costruzione. Pirelli ha sempre agito cercando di tutelare al meglio la salute e la sicurezza dei propri dipendenti con le misure adeguate alle conoscenze tecniche a disposizione nel corso degli anni”.

I testimoni citati a processo hanno raccontato però di scarsa o nulla attenzione alle procedure sanitarie per difendersi dalla polvere di amianto. Dice in una deposizione giurata Francesco Saia, operaio fino al 1984, parlando del suo lavoro nelle gallerie dello stabilimento di Viale Sarca a Milano: “Molte volte c’era dell’amianto in terra, come dire: coibentazione delle tubazioni, che erano rotte, oppure che avevano appena fatto delle riparazioni c’era in terra l’amianto e una cosa e l’altra e passando volava via lo stesso, e tutto quanto. Materiale polveroso che non veniva bagnato, che non veniva fatta la pulizia. E restava giù dei mesi”. Alla domanda del pubblico ministero se i colleghi che tagliavano il vecchio coibento nei cunicoli avessero le mascherine, la risposta è “no, non ce ne erano, allora non si usavano mascherine quando sono entrato io. Non c’erano mascherine, non c’erano guanti, non c’era niente”.