Che cosa scrive un cantautore sul suo taccuino? Se il cantautore è Giancarlo Frigieri, allora troverete un ritratto fedele della realtà che vi circonda, fra ricordi del presente e premonizioni del passato. Perché come un poeta, Frigieri coglie meglio di chiunque altro la sua epoca, perché racconta storie di tutti i giorni, fresche, prive di retorica e di languide immagini romantiche. Nel suo ultimo taccuino, pardon, disco, intitolato Distacco è come se avesse messo uno specchio davanti alla musica, facendone uscire un’immagine nitida di sé. Di un personaggio che più volte è stato inserito in questa o quella scena, paragonato ai grandi del passato, pur non avendone la stazza né la voglia. Lui, del resto, non abbisogna di belle parole per coltivare il suo ego. Gli basta vivere. Infatti, in occasione dell’uscita del precedente lavoro, Togliamoci il pensiero, con le “interviste alla rovescia”: le domande era lui a porle al giornalista di turno, scansando inutili paragoni e parole melensi. “L’idea – racconta Frigieri –  nasceva dalla volontà di non subire per trecento volte le stesse domande. Il problema è che dopo tre o quattro volte che ho intervistato io i giornalisti mi annoiavo a morte e quindi le interviste venivano brutte. È un lavoro veramente noioso, intervistare le persone sullo stesso argomento. Quindi ho lasciato perdere”.

Combattivo, tenace, basta farsi un giro sul suo sito Miomarito.it per coglierne le particolarità dell’essere e carpire quel che pensa da addetto ai lavori in quest’Italia musicalmente distratta. È uno che dà grandi soddisfazioni. Alla domanda “Cos’è che da musicista ti fa incazzare” risponde senza peli sulla lingua: “Mi fa incazzare la situazione del musicista che si definisce ‘indipendente’ solo perché è povero. Mi fa incazzare che siamo tutti ‘promoter, manager, editor’. Mi fa incazzare quello che dice ‘situazione’ per dire ‘il posto dove suoni’, mi fa incazzare quando ti dicono: ‘mi mandi la scheda tecnica?’ e poi non c’è una cassa spia, mi fa incazzare la band che deve suonare tra cinque minuti e sono ancora tutti al bar e devono ancora tirare fuori gli strumenti. Mi fanno incazzare quelli che dicono che le tribute band tolgono loro spazio, come se lo spazio fosse loro per diritto divino. La soluzione sarebbe dire la verità, ma se dici che quando suoni lo fai davanti a venti persone quando va bene poi passi per sfigato e non ti chiama nessuno, quindi si fa tutti finta. È una convenzione tacita”.

Il suo stile di scrittura è paragonabile – essendoci scarsità di esempi – al primo Ligabue, quello di Lambrusco, coltelli, rose e popcorn per intenderci, quando suonare negli stadi era una chimera e le canzoni d’amore un miraggio: “Faccio concerti. Li faccio dove riesco visto che non ho una agenzia di booking. Ho un mio piccolo circuito di locali dove nel corso degli anni ho saputo crearmi un piccolo seguito e in questo sono stato bravo. In generale comunque ogni volta è una battaglia per ottenere attenzione e chi suona lo sa bene. È durissima. I locali sono sempre meno, io suono tanto perché suonando solo costo pochissimo. I giovani praticamente non si vedono, non so cosa facciano. Ma anche negli anni Novanta era così, più o meno”.

Il suo ultimo album l’ha intitolato Distacco “perché credo sostanzialmente che viviamo tempi molto emotivi e penso che, come nel nostro intimo sia necessario fare uscire senza vergogna l’emotività che è in noi, nella nostra vita con gli altri sia necessario assumere un certo distacco per vedere meglio le cose, da lontano e con maggiore oggettività”.  Composto da dieci brani, il disco è aperto dal brano Taglialegna che un po’ ne riassume anche il manifesto artistico. Qui Frigieri riflette  sulla mancanza di punti di riferimento ideologici, utilizzando l’allusiva figura del Kurt Cobain ispirato dal verso di Neil YoungIt’s Better to Burn Out Than to Fade Away”: “All’epoca ricordo che di colpo tutti cominciarono a parlare dei boscaioli di Seattle e dintorni e delle camicie a quadri, quando in realtà a noi della flanella non fregava nulla, ascoltavamo la musica e basta. Cobain è stato il simbolo della nostra generazione, quando eravamo adolescenti. Ho usato lui per quello. La nostra generazione è stata definita la Generazione X, quella che non aveva nessun tipo di impegno. Siamo stati definiti apatici, svogliati, senza valori, incapaci di muovere alcunché di significativo. Eppure negli ultimi vent’anni il mondo che conoscevamo è cambiato completamente e le più grandi innovazioni le hanno fatte persone della nostra età o più giovani. Forse la mancanza di un’ideologia non è stata poi tutta questa disgrazia. Certo, oggi siamo invecchiati e tra i miei coetanei comincia il piagnisteo su quanto erano belli quegli anni. Io personalmente ricordo anni disperati, quindi non soffro di questa nostalgia. Il pezzo parla semplicemente di questo e la frase finale è una riflessione amara che mi è venuta dopo che una sera sono andato a letto con una maglietta di Land Speed Record (il primo album degli Hüsker Dü di Minneapolis) che una volta mettevo ai concerti per fare il figo, mentre oggi mi fa da pigiama. Era un modo per dire ‘Quello là si è sparato, noi siamo diventati grandi. Tutto qui’”.