Nessuna richiesta di avocazione a Grasso e, soprattutto, nessun cedimento da ministro dell’Interno “alla trattativa o alla revoca dei 41 bis’”. Dopo che per tre ore nell’aula bunker giudici e avvocati avevano ascoltato la sua voce spaventata invocare più volte l’aiuto del Quirinale, nel frenetico pressing telefonico con Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico di Napolitano, tra la fine del 2011 e la primavera del 2012, Nicola Mancino, presente tra i banchi degli imputati, si è lanciato in un’appassionata autodifesa ripercorrendo le tappe della stagione stragista da lui vissuta da protagonista. Le telefonate a D’Ambrosio? “Non lo chiamavo per avere aiuto o protezione, ma per confidare a un amico la mia angoscia”.

Il tentativo di interferenza nell’indagine sulla trattativa? “Non mi aspettavo né ho mai chiesto alcuna avocazione dell’indagine palermitana”. Le accuse di aver mentito? “Contro di me è stata costruita una campagna denigratoria’’. Con la voce a tratti rotta dall’emozione, l’ex ministro accusato di falsa testimonianza ha respinto ancora una volta tutte le accuse, con una lunga dichiarazione spontanea che aveva l’obiettivo evidente di rilanciare davanti alla Corte d’assise di Palermo la sua immagine di uomo fedele alle istituzioni, ma soprattutto quella di ministro fermo e deciso nella linea dura contro Cosa nostra. “Signor Presidente – ha esclamato Mancino, leggendo i fogli dove aveva appuntato il testo del suo intervento in aula – quello che conta non è una verità costruita, ma una verità vera, affinché la storia possa dire che non c’è mai stato da parte del ministro dell’Interno alcun cedimento né per la trattativa né per il 41 bis’’. E per spiegare il senso delle telefonate, sette in tutto, con un Mancino sempre più allarmato, ha detto: “Il contenuto delle conversazioni dà il senso, se non la prova, del mio leale comportamento rispetto ad un’accusa rimasta priva di prova di mendacio e di reticenza’’. E ancora: “È per questa ragione che mi sono rivolto a un amico come Loris D’Ambrosio: non per avere aiuto, non per orientare diversamente la procura di Palermo, ma per confidare la mia amarezza, divenuta angoscia per tutto ciò che si diceva e scriveva di me’’.

E così da ieri il processo sulla trattativa Stato-mafia è entrato nel cuore del capitolo istituzionale, affrontando per la prima volta il cosiddetto “romanzo Quirinale’’, ovvero l’insieme delle manovre adottate dallo staff del Colle, con l’obiettivo ufficiale di ottenere il coordinamento investigativo della procura di Palermo con quelle di Caltanissetta e di Firenze, tutte competenti nelle indagini sul dialogo tra i boss e le istituzioni. E se i pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, sospettano che le pressioni di Mancino sullo spin doctor del Quirinale avessero l’obiettivo di “scippare’’ l’indagine al pool di Palermo, l’ex ministro ieri in aula ha spiegato: “Non mi aspettavo né ho chiesto alcuna avocazione dell’indagine palermitana. A fronte di valutazioni differenti fatte da diverse procure, ho solo sottolineato a Napolitano la necessità di esercitare funzioni di coordinamento”. Non solo. Negando ancora una volta di sapere dei contatti tra gli uomini del Ros e Vito Ciancimino, Mancino ha rilanciato: “Ho sempre servito lo Stato con lealtà, fedeltà, amore e in modo disinteressato. Contro di me si è innescata una campagna denigratoria, nonostante io abbia combattuto sempre la mafia” .

Da Il Fatto Quotidiano del 16 maggio 2014