Matacena era un uomo dei Piromalli e di altri esponenti mafiosi della zona di Reggio Calabria, compreso gente vicina alla buonanima di Paolo De Stefano”. È il 1995 quando il boss Franco Pino, collaboratore di giustizia, parla al pm Stefano Tocci dell’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena, oggi latitante a Dubai per non scontare 5 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, reato per il quale è stato condannato nel maxi-processo “Olimpia”. Il nome di Matacena, da poco eletto alla Camera con Forza Italia, finisce nel verbale in cui il pentito riferisce ai magistrati di “una tangente pagata dalla società ‘Italstrade’ per dei lavori da effettuare in Romania, cui una parte sarebbe stata percepita la partecipazione da Matacena”.

Stando al racconto del boss di Cosenza, oltre all’appalto di un aeroporto in Romania, la “Italstrade aspira a realizzare un pezzo di 700 chilometri di autostrada”. La chiave per aggiudicarsi la gara sarebbe stata, secondo il pentito, l’ingegnere Salvatore Coscarella. Quest’ultimo, infatti, “ha una donna in Romania… Da quando c’era il governo Ceaucescu. Comunque da quando c’era il governo Ceaucescu in Romania, Coscarella aveva una donna che aveva delle parentele con un ministro dell’epoca e con persone dei servizi segreti di questa epoca di Ceaucescu”. Un servizio che sarebbe fruttato a Coscarella un miliardo e 300milioni di lire che la Italstrade avrebbe promesso all’ingegnere attraverso un suo dipendente, Antonio Accroglianò. Soldi che dovevano essere in dollari e accreditati “su una società in Svizzera, che era di copertura”. La catena era semplice: “Presidente Italstrade-Accroglianò, Coscarella-governo rumeno”. “Coscarella – è scritto nel verbale del pentito Pino – effettivamente consegna questo appalto dell’aeroporto all’Italstrade, alla firma dovevano consegnare i soldi. Ma Accroglianò, come tramite del Presidente dell’Italstrade e di Coscarella, non consegna questo miliardo e 300milioni in valuta americana”.

Qualcosa si inceppa: il referente di Italstrade, Accroglianò, cerca di temporeggiare ma l’ingegnere “lo minaccia e gli dice: ‘se non mi date i soldi faccio saltare il presidente’. Coscarella gli dà una settimana di tempo. Il contratto è firmato sono già passati giorni dalla firma, la cosa è ufficiale. “Se non mi pagate subito – dice – io faccio saltare il presidente, sputtano il presidente, tiro fuori questa mediazione”. Coscarella voleva fare rientrare dei soldi che ha speso per “corrompere i funzionari dello Stato rumeno”. Spunta il nome dell’ex parlamentare di Forza Italia: “Il presidente dell’Italstrade interessa a Matacena”. Si terrà una riunione alla quale partecipano esponenti delle cosche di Cosenza che decidono di uccidere il mediatore che minaccia di far scoppiare lo scandalo “Italstrade”. “Nino Gangemi (affiliato ai Piromalli secondo il pentito, ndr) quando mi venne a trovare a casa mia, – sono le parole del boss Franco Pino – dice ‘Matacena è un uomo nostro, quindi noi abbiamo interesse a risolvere il fatto di Matacena. Però a parte tutto, dice, se noi risolviamo il fatto come lo abbiamo stabilito uccidendo l’ingegnere Coscarella”.

Il boss si oppone, salva la vita all’ingegnere e in un incontro con l’ex parlamentare di Forza Italia chiarisce che Italstrade ha torto e che deve pagare la mediazione: “Io rispondo subito che loro hanno torto su questo affare – si legge nel verbale – Ho domandato a Matacena: se voi siete interessato… sì, io sono interessato diretto, mi interessa il presidente dell’Italstrade onde evitare che l’ingegnere Coscarella combini qualche guaio e allora dico subito a Matacena…. ma vedi se all’ingegnere Coscarella se voi lo pagate per come vi siete accordati, non combina nessun guaio”. Il boss aveva visto lontano e aveva capito il giochetto. L’affare della Romania era molto più grosso e avrebbe fruttato 3 miliardi di lire: “Avrebbero guadagnato il presidente dell’Italstrade, Accroglianò, il cognato di Accroglianò e Matacena”.

PRECISAZIONE
In data 28 giugno 1999 la Corte di Assise di Catanzaro assolveva il Signor Antonio Accroglianò dal reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e la Corte di Appello di Catanzaro in data 7 dicembre 2001 accoglieva la sua domanda volta ad ottenere il risarcimento dei danni per l’ingiusta detenzione sofferta che liquidava in 60 milioni di lire.