Le autorità della provincia orientale cinese dello Zhejiang hanno arrestato il proprietario di una clinica che avrebbe aiutato donne in gravidanza a scoprire il sesso del proprio feto, cosa vietatissima oltre Muraglia. Chen Jiguo, 35 anni, inviava campioni di sangue delle donne a Hong Kong nel giro di un paio d’ore dal prelievo: un servizio veloce ed efficiente. La Procura l’ha arrestato per esercizio illegale della medicina, reato punibile con una pena fino a tre anni di carcere. Lo scorso autunno, la leadership cinese ha deciso di allentare la jihua shengyu (“pianificazione familiare”) consentendo alle coppie composte da almeno un figlio unico di avere una seconda gravidanza.

La deroga alla norma ormai trentennale dipende dal fatto che in Cina la popolazione sta ormai invecchiando e anche l’evoluzione dei costumi fa sì che molte famiglie, soprattutto nei centri urbani, decidano di avere un solo figlio o anche nessuno. Non è quindi più così necessario controllare la crescita demografica e si capisce ancor meno a questo punto l’aborto selettivo che colpisce soprattutto le bambine. Il divieto a fare analisi per scoprire il sesso del feto è infatti una misura estrema per contrastare il fenomeno che ha già creato un rapporto sbilanciato tra i sessi: a livello neonatale, a 118 maschi corrispondono 100 femmine. Alla radice, ragioni soprattutto culturali: in regime di figlio unico, avere una femmina significa interrompere la linea familiare; inoltre, in base alla tradizione, dopo il matrimonio le ragazze diventano parte della famiglia del marito e i genitori temono così che quando saranno anziani non ci sarà nessuno a prendersi cura di loro.

Anche prima della decisione dello scorso autunno, le autorità avevano quindi concesso già da tempo molte deroghe al controllo delle nascite, soprattutto nelle aree rurali e tra le minoranze etniche. I test genetici sono invece del tutto legali a Hong Kong. Circa 300 donne avrebbero quindi fatto ricorso ai servizi di “intermediazione” di Chen nel solo mese di febbraio e alcune di loro – riportano i media cinesi – avrebbero disposto per un’adozione dopo aver scoperto di essere in attesa di una femmina. Le donne ricevevano i risultati degli esami nel giro di 3-4 giorni. Pagavano fino a 7.500 yuan (quasi 900 euro) alla settima settimana di gravidanza e 6.000 all’ottava (700 euro). Chen si intascava 800 yuan (circa 93 auro) per ogni campione di sangue che raccoglieva e inoltrava: poco più di un ticket delle nostre parti. La notizia fa riflettere anche sulla natura particolare di Hong Kong, città che fin dalla sua fondazione per mano britannica, legata al commercio dell’oppio, prolifera di solito su ciò che è vietato nella Cina continentale.

Meraviglie del libero – liberissimo – mercato. Oggi si apprende infatti che a fronte dei divieti cinesi, nell’ex colonia di sua maestà qualsiasi laboratorio può offrire il servizio a patto che si serva di “personale medico qualificato”. E su internet, le inserzioni pubblicitarie al riguardo abbondano. Un’anonima insider di Shenzhen – citata dal South China Morning Post – rivela che per le sue mani e attraverso il confine passano almeno una dozzina di test al giorno. Se abbiamo così la conferma che ogni proibizionismo crea in automatico un nuovo, fiorente, mercato della porta accanto, resta da capire perché le donne cinesi – non è chiaro in quali numeri – ricorrano ancora agli aborti selettivi nonostante l’allentamento della politica del figlio unico.

di Gabriele Battaglia