Giovedì pomeriggio, scorsa settimana. Riunione ai piani alti della Rai tra Giancarlo Leone, Bruno Vespa e altri. Momento epocale: il dirigente della televisione di Stato deve comunicare al signor Porta a Porta il taglio di una puntata la settimana. Sono soldi, tanti, in meno. È vero, siamo ancora ad aprile, ma la prossima stagione non è poi così lontana, è giusto valutare gli ascolti, i costi, i ricavi, giusto prevedere, pianificare. Decidere. Quindi rilanciare, tagliare, investire o inserire? Il dialogo è stato più o meno il seguente, parola al dottor Leone: “Bruno, sai come ti giudichiamo, sei un grande professionista, una colonna, la storia per questa azienda. Conosci ogni angolo, però…”.

Nel frattempo lo stesso Leone snocciola un prospetto con sopra i dati dell’Auditel, non così favorevoli da giustificare lo stipendio del giornalista: quasi 6,5 milioni lordi incassati nello scorso triennio, calibrati anche grazie una specifica di ruolo così lunga da ricordare il cognome infinito della Mazzanti Viendalmare nel primo Fantozzi: “Conduttore, consulente esperto, ideatore, autore di testi”, recita il contratto con la Rai. Ma tutto questo non basta. Così da ottobre è prevista la sforbiciata del giovedì, una delle serate più importanti per Vespa, quasi una giornata chiave. Via, cancellata. Sostituita in autunno con un programma nuovo, condotto da Duilio Giammaria, mentre in primavera la seconda serata toccherebbe al ritorno di Renzo Arbore.

Dal conduttore di Porta a Porta alcuna replica, nessuno strepito o scenata. Composto ha ascoltato, registrato la questione, ha anche annuito nello stupore dei presenti. Non è chiaro se l’atteggiamento è figlio della buona educazione, della speranza di poter recuperare nel 2015, dell’attesa di imminenti cambiamenti interni, oppure fiducioso nell’immobilismo di viale Mazzini: altre volte hanno provato ad arginarlo, inutilmente. È sempre riuscito a mantenere il suo spazio, a prescindere dal colore politico e dagli ascolti. “Però, questa volta siamo in reale spending review”, spiegano dall’azienda, “e con una puntata in meno a settimana, i conti respirano. E anche noi”.

Questo perché l’accordo economico annuale per la “terza camera” della politica, conta su 1 milione e mezzo garantito per 116 puntate. Ma il contratto prevede un primo extra per le serate oltre quelle pattuite (ognuna pagata ulteriori 12 mila euro). Poi, nel caso, vanno aggiunti gli “speciali”, voce economica a parte, come le elezioni Politiche, le Europee, le Amministrative. Magari il voto negli Stati Uniti, un referendum e via di seguito. Euro su euro. Fino a giovedì, però. Quando dentro la Rai hanno bollato il pomeriggio come “momento atteso da tempo”, togliere una puntata alla “terza camera dello Stato” per alcuni è più complicato che abolire il Senato per Renzi. Italicum permettendo.

di Alessandro Ferrucci e Carlo Tecce

Twitter: @A_Ferrucci e @TecceCarlo

da Il Fatto Quotidiano del 22 aprile 2014