Milano, 18 maggio 2013. L’auto rallenta, poi accelera. Il traffico in viale Majno è, come al solito, intenso. Poi, all’improvviso la sirena di una volante avverte di accostare. Scatta il controllo. Vengono identificate due persone: sono Domenico Bosa, gelese classe ’67, detto Mimmo Hammer, rappresentante dei neonazisti milanesi e Salvatore Geraci, anche lui classe ’67. Entrambi hanno avuto qualche guaio con la giustizia. Bosa, poi, è stato più volte fermato assieme a Stefano Del Miglio e Giacomo Pedrazzoli, due estremisti di destra coinvolti nell’assalto armato al centro sociale Conchetta dell’agosto 2004. Geraci, invece, viene segnalato dalla polizia giudiziaria per essere “un pluripregiudicato per rapina, sequestro di persona, armi e droga”. Pochi minuti e gli agenti li fanno ripartire.

Mesi dopo, quel controllo risulterà decisivo per mettere assieme due inchieste di droga condotte entrambe dal Gico della Guardia di finanza. La prima, chiusa nel dicembre 2013, fotografa i rapporti tra Bosa (non indagato) e il narcotrafficante montenegrino Milutin Todorovic, a sua volta in contatto con la ‘ndrangheta del boss Pepè Flachi. La seconda (24 marzo 2014) porta in carcere il serbo Dragomir Petrovic detto Draga, nome storico della mala meneghina, già noto per la strage al ristorante La Strega di via Moncucco (1979), mentre il figlio fu coinvolto nella sparatoria di viale Faenza del 1998 nel quartiere della Barona, quando si fronteggiarono gli slavi del Corvetto e una batteria legata a Cosa nostra. Dall’ordinanza d’arresto firmata dal gip Chiara Valori, emergono, netti, i rapporti tra Draga e lo stesso Salvatore Geraci per pianificare partite di “bamba” da centinaia di chili. Due storie, venti arresti e un unico inedito palcoscenico, quello della nuova malavita milanese, dove i vicerè della cocaina fanno affari milionari. Mentre dietro le quinte, il traffico di armi e droga incrocia pericolosamente ambienti dell’estrema destra. E girano strane veline per screditare un boss con false notizie sulla sua collaborazione con la magistratura.

AMBIENTALE IN AUTO
Sei mesi dopo il controllo in viale Majno, Mimmo Bosa è a bordo di una Fiat croma lungo le strade austriache. Direzione: Italia. Con lui c’è Todorovic detto Miki. I due parlano di affari. “Questa gente qua – dice il montenegrino – se ce la giochiamo bene facciamo affari” perché quelli “sono tutti latitanti in Sudamerica”. Quindi il discorso vira sul business milanese di Todorovic. Il montenegrino ha un problema: non riesce a rientrare di un credito (oltre 100mila euro) che vanta con gli uomini della cosca Flachi. Il tempo passa e quelli non pagano. Miki progetta ritorsioni contro il clan. Valuta anche di proporre a Pepè Flachi di saldare il debito eseguendo alcuni omicidi su commissione. Di quei “calabresi del cazzo” però non si fida. Dice a Bosa: “Mimì vuoi che ti dico una cosa l’unica persona in Italia della quale mi fido sei te”. A quel punto Mimmo Hammer lo avverte sull’opzione omicidi: “Devi avere un approccio giusto, nel senso che magari vieni venduto, hai capito stai attento, io capisco che loro (i Flachi, ndr) sono in debito ed è giusto che lo paghino però ragiona, nel senso che magari vanno da quello che devono tirare giù e gli dicono tutto. Per questo, se ti posso dare un consiglio, non fare le guerre se le puoi risolvere, lascia che le facciano gli altri e così tu avanzi”.

LA RETE: NOMI, COGNOMI, CONTATTI
Tra gli acquirenti di Todorovic c’è anche Giuseppe Migliore, alias Pino. I due s’incontrano nel covo di via Grossich a Lambrate. Pino ha un fratello di quattro anni più giovane. Si chiama Janes. Ultima residenza: via Romilli al Corvetto. Il corebusiness dei fratelli Migliore è la cocaina. Pino finirà in galera nel dicembre 2013 assieme a Miki Todorovic. Janes, invece, è uomo di Draga. Con lui condivide contatti e riunioni per pianificare il traffico di droga. Nomi e cognomi si alternano, le due inchieste si infilano una dentro l’altra, dando vita a una rete di rapporti che va ben oltre i venti arresti eseguiti dalla Guardia di Finanza. Prima Bosa-Geraci e ora i fratelli Migliore. Perché la rete criminale significa contatti. Risultato: Todorovic e Petrovic si conoscono da tempo. Conoscenza d’affari per trafficare quanta più cocaina possibile. Grazie, anche, al contributo di un ex avvocato di Orzinuovi. Sì perché Carlo Maffeis, già in contatto con soggetti del crimine organizzato milanese, non solo procura a Draga un contratto che gli permette di godere della semilibertà, nonostante la condanna all’ergastolo, ma è anche l’avvocato di Todorovic subito dopo il fermo. Nomina fatta ad hoc per carpire quante più notizie possibile sulle indagini. Da notare che tra l’arresto del montenegrino e quello di Draga passano oltre tre mesi.

IL PASSATO NON SI CANCELLA
Nel suo ufficio di via Lazzaro Palazzi Draga Petrovic incontra tante persone. Tra queste c’è Robertino Mendolicchio il quale, secondo il collaboratore di giustizia Vittorio Foschini, negli anni Novanta era un uomo di Mimmo Branca, boss di piazza Prealpi in contatto con la ‘ndrangheta dei Di Giovine e con i ras della droga di Quarto Oggiaro. Nel 2013, Mendolicchio, che non sarà arrestato, colloquia con Draga Petrovic. Sul tavolo una partita da 130 chili di cocaina. “Ho mandato a dire, adesso aspettiamo risposta”, dice Draga. Oltre a Robertino, tra i contatti del serbo, c’è anche Salvatore Geraci, detto Turi. Milanese a dispetto del cognome, anche Geraci non finirà mai indagato dalla Finanza. E questo, nonostante i militari accertino diversi colloqui con Petrovic, durante i quali Turi informa lo slavo di una partita di droga (100 chili) in arrivo dall’Olanda nascosta dentro a un camion.

Contatti, dunque. La rete criminale si allarga ulteriormente, quando gli investigatori individuano le persone con cui Geraci è stato controllato negli ultimi anni. In questo caso si tratta di rapporti che attualmente non sono inseriti in qualche inchiesta di droga. Si scopre così che nel 2012 in piazzale Maciachini Turi Geraci è in compagnia di Alfredo Tallarico, classe ’65 di Isola Capo Rizzuto, detto Alfredino Pompeo, anche lui con alle spalle qualche inciampo con la giustizia. Il suo soprannome non è casuale, visto che Tallarico è il fratello di Mimmo Pompeo, altro ras alla milanese, a sua volta imparentato con Draga Petrovic. Nel ’76 Pompeo fu denunciato (poi prosciolto) per omicidio in concorso con Petrovic. Di più: quando lo slavo, nel 1977, evase la “questura di Roma, con un telegramma indirizzato agli uffici di Polizia di tutta Italia” attivò “le ricerche dell’evaso Petrovic e dei complici che lo hanno aiutato nella fuga, in particolare “il cognato” Mario Pompeo.

ARMI, SEQUESTRI DI PERSONA E STRANE VELINE
Vecchie conoscenze e nuove baby face. La rete rimodula se stessa, seguendo tempi, pene e scarcerazioni. E così da via Del Danubio in zona Affari-Comasina, si arriva a ovest di Milano, nel quartiere di Baggio verso Settimo Milanese, comune che ospita da anni la famiglia Magrini, pugliesi legati al boss della Sacra corona unita Savinuccio Parisi. Vito e Luigi Magrini, padre e figlio sono oggi a processo per una faida a mano armata con un gruppo di calabresi di via Fleming in zona San Siro. A processo, ma non in galera. Su uno di loro, poi, pesa da mesi l’ombra di una collaborazione attraverso una strana velina intestata a un gruppo preciso di polizia giudiziaria, volantinata nei palazzoni di Baggio. Ombre nere, ma non solo, dunque. In questa nuova storia criminale a Milano.