“Da quando ho imparato a camminare, mi piace correre”. Se Matteo Renzi avesse trovato questo aforisma di Nietzsche, probabilmente avrebbe deciso di tatuarselo.

Perché il neo premier continui a girare in corsa attorno al galoppatoio senza andare né in qua né in là, del resto, è un quesito filosofico al quale rispondere richiederebbe l’acume nietzschiano. Sulle prime verrebbe da dubitare circa il reale apprendimento di Matteo del ‘camminare’, con conseguenti ripercussioni sulla corsa.

Eppure, nonostante si sia guadagnato l’epiteto di ebetino, Renzi tutto è fuorché stupido e nella sua corsa sul posto s’intravede un malcelato proposito di stanzialità.

La velocità formale, a cui si portano in dono offerte sacrificali di ogni genere, porta con sé una sostanza talmente malformata da non potersi sottrarre a un consistente rischio d’aborto. Per incorrere in un dissenso così trasversale, che si palesa dalle tribune più disparate, su una tematica condivisa come il superamento del bicameralismo perfetto, bisognava proprio impegnarsi molto; e Renzi con il suo Senato di secondo grado, che rende ancora più lontana la parentela tra popolo e istituzioni, è riuscito a centrare l’obiettivo. Riuscire a raccogliere Brunetta, Civati e Zagrebelsky nello stesso insieme non sarebbe riuscito a molti, bisogna riconoscerlo, eppure con un Senato non elettivo, composto da rappresentanti delle autonomie locali (che ad oggi rappresentano l’acme della corruzione italiana), a cui non si fa votare la fiducia e il bilancio, ma al quale al contempo si dà potere costituente, Renzi è riuscito nella missione.

Per non rischiare però che la riforma potesse per disgrazia funzionare comunque, ha architettato con Berlusconi una legge elettorale che neanche Maga Magò e Mago Merlino in seduta congiunta avrebbero saputo inventare, con un premio di maggioranza assegnato al 37 per cento (per far fessa la Consulta) e liste nuovamente bloccate ma un pochino più corte, affinché la rappresentatività sia accuratamente seppellita e, sommando la legge elettorale al Senato nominato, l’incostituzionalità divenga un obiettivo a portata di mano.

Berlusconi e le sue esigenze hanno fornito a Renzi l’alibi perfetto per giustificare la sua ciambella senza buco: il suo kit di riforme è talmente surreale che non c’è emendamento che tenga e in breve qualunque ipotesi di maggioranza si scioglierà al caldo del suo affanno da maratoneta poco allenato.

L’ipotesi più probabile, certo non sofisticata come un’eventuale teoria nietzschiana, è che Renzi si trovi stretto in queste maggioranze risicate da costruire pezzetto per pezzetto come le macchinine dei Lego, e che, di qui a breve, dopo essersi finto sconsolato per l’impossibilità di mettere in atto le sue care riforme, finisca per dire che è #lavoltabuona per andare a votare.