Oggi è la Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo, una malattia che colpisce i bambini sotto i tre anni e che recentemente ha fatto molto discutere la comunità scientifica per il suo presunto legame con i vaccini. Con il Professor Stefano Vicari, responsabile dell’Unità operativa di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, cerchiamo di fare chiarezza sugli aspetti più controversi di questa malattia complessa e difficile da gestire che in Italia colpisce 500mila persone.

Professore, cos’è l’autismo?
L’autismo è una malattia cronica con esordio infantile che prevede un ampio spettro di manifestazioni cliniche, tant’è che oggi è più corretto dire ‘disturbi dello spettro autistico’. Le sue caratteristiche principali sono tre. La difficoltà nella relazione: ai bambini autistici non interessa entrare in contatto con gli altri. Molti di loro non rispondono quando vengono chiamati e tendono a isolarsi. A volte si stabilisce qualche contatto, ma solo con i genitori. Poi ci sono le difficoltà nella comunicazione, che è quasi assente, e la prevalenza di interessi molto ristretti. Questi pazienti tendono ad essere ripetitivi, preferiscono sempre lo stesso giocattolo o corrono ripetutamente intorno al tavolo. Noi le chiamiamo ‘stereotipie’, cioè movimenti ripetitivi senza un fine chiaro.

Come avviene la diagnosi?
Una diagnosi certa si può fare solo dopo i due anni di età. I diversi aspetti della malattia che ho citato prima si combinano in vari modi nelle persone assumendo gradi più o meno marcati. Alcuni possono essere sorprendentemente brillanti su un argomento marginale, mentre il lato di empatia, di intelligenza sociale, risulta molto ridotto. Nel grande panorama dell’autismo si può spaziare dall’ingegnere perfettamente integrato ma un po’ scontroso e chiuso in se stesso, al soggetto con ritardo mentale. 

Ci può dire qualcosa sul presunto legame tra il vaccino e l’insorgenza dell’autismo nei bambini?
Secondo le evidenze in possesso della comunità scientifica, basate su studi indipendenti, possiamo affermare che non c’è alcuna relazione tra vaccini e autismo. Questa storia nasce con un articolo del ’99 pubblicato dalla rivista Lancet. I dati utilizzati dall’autore si rivelarono falsi. Il medico fu radiato dall’ordine e l’articolo venne cancellato dagli archivi della rivista. Sulla scia di quell’articolo il Giappone ha reso non obbligatoria la vaccinazione più discussa (morbillo, parotite, rosolia). Ciò nonostante, il numero di casi di autismo è rimasto invariato: non c’è quindi alcuna relazione. Ci sono poi studi recentissimi di un gruppo di ricercatori di San Diego che dimostrano alterazioni della neocorteccia (la parte più superficiale del nostro cervello) presenti già durante la vita embrionale.

Esiste una cura?
No. Esistono vari trattamenti che possono produrre miglioramenti. A livello farmacologico si può intervenire per contenere aggressività e iperattività. Fra i trattamenti non farmacologici, i più efficaci sono la ‘Terapia mediata dai genitori’, ovvero la presa in carico dei genitori di bambini molto piccoli. Il parent training aiuta a gestire la relazione complicata, offre modelli di comunicazione alternativi ed è soprattutto efficace nel contenere lo stress dei genitori. Ci sono poi i trattamenti cognitivo comportamentali che riguardano il bambino: l’Aba (Applied behavioral analysis, analisi comportamentale applicata) o l’Early start Denver model. Queste terapie hanno una moderata efficacia, specie se cominciate precocemente, prima dei 5 anni. Esistono anche tutta una serie di trattamenti inefficaci (sempre dal punto di vista del metodo scientifico) sui quali purtroppo si specula: le diete (con un giro d’affari di milioni di euro), la pet therapy (ippoterapia, delfinoterapia), la psicoanalisi, logopedia e psicomotricità.

Si accede facilmente alle terapie?
Qui tocchiamo un tasto dolente. La Regione Lazio, tanto per fare un esempio, rimborsa logopedia e psicomotricità, ma non l’Aba, nonostante l’Istituto superiore di sanità, nelle Linee guida, si sia espresso chiaramente contro le prime e a favore della seconda. Credo che la libertà di cura passi attraverso la vera e libera informazione. Il medico deve dire: ‘Il trattamento più efficace è questo’. Poi posso decidere di curarmi come voglio, ma devo sapere che un determinato trattamento non ha prodotto risultati riconosciuti dalla comunità scientifica. Bisogna dare la corretta informazione e il Sistema sanitario nazionale deve provvedere a dare le cure efficaci.

Cosa consiglierebbe a una famiglia che si trova davanti a una diagnosi di autismo?
Di rivolgersi a una struttura altamente qualificata, pubblica o quantomeno convenzionata con il Ssn. E di diffidare di chi chiede soldi facendo promesse di guarigione. 

Le Linee guida dell’Istituto superiore di sanità per il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti 

 

@PaolaPorciello