Nel primo pomeriggio indiano la Corte suprema ha accolto il ricorso avanzato dalla difesa dei due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che contestava la legittimità della National Investigation Agency di continuare ad essere parte del processo dopo che la legge federale anti pirateria Sua act era stata stralciata. Il processo è di fatto congelato per un altro mese, in attesa che il governo centrale di Delhi possa dare indicazioni su come procedere. Ma se la novità in Italia rappresenta una buona notizia per i due fucilieri, in India la questione è decisamente marginale, una non-notizia. Scorrendo le prime pagine dei giornali locali online è difficile trovare anche solo un titoletto che si riferisca agli italian marines, schiacciati dal peso di una campagna elettorale entrata ormai nelle fasi conclusive in vista dell’apertura delle urne il prossimo 7 aprile.

L’affare marò, da mesi, è stato accuratamente evitato da ogni parte politica, una patata bollente che nessuno, in India, ha intenzione di maneggiare col rischio di aprire il fianco agli attacchi strumentali della parte avversa. L’Indian National Congress, in cerca di una rielezione insperata, ha cercato in ogni modo di scindere il dibattito pre-elettorale dal braccio di ferro diplomatico ingaggiato con Roma: le dichiarazioni degli esponenti politici di primo piano – dal ministro degli Esteri Salman Khurshid alla presidentessa del partito Sonia Gandhi, “l’italiana” – sono state dosate col contagocce nel tentativo di tutelarsi dalle critiche strumentali che l’opposizione del Bharatiya Janata Party ciclicamente avanza facendosi forte dello spauracchio dell’Italian connection, il complotto permanente che vedrebbe Sonia Gandhi più preoccupata del bene del suo Paese natale che di quello d’adozione (teorie mai supportate efficacemente da fatti provabili).

Il Bjp, al contrario, col candidato favorito secondo i sondaggi Narendra Modi, avrebbe potuto girare il dito nella piaga, attaccando frontalmente la campagna elettorale dell’Inc guidata dal figlio minore di Sonia, Rahul, per estensione considerato “italiano” nonostante la sua vita e il suo passaporto indichino tutt’altro. Ma Modi è ben conscio del rischio boomerang che l’introduzione dell’elemento “marò” potrebbe significare per il suo prossimo mandato a capo della terza economia asiatica. Attaccare la debolezza dell’Inc nella gestione dell’affare Enrica Lexie, spingendo sui temi del patriottismo e del revanchismo hindu contro “le potenze occidentali”, costringerebbe il potenziale futuro primo ministro, se eletto, a mantenere la linea della durezza che tanto galvanizzerebbe il proprio elettorato. Un’operazione complicata in ambito internazionale, che aprirebbe il fianco dell’India – in disperata ricerca di un posto al sole tra “gli stati che contano” – a critiche di bullismo diplomatico e ad un isolamento internazionale che non gioverebbe né all’economia indiana né alle aspirazioni di leader carismatico dentro e fuori il subcontinente di Namo.

di Matteo Miavaldi