Era un agosto afoso quello del 2007, quando mezzo Abruzzo si ritrovò senz’acqua. Pescara, Chieti e tutta la Val Pescara, 700mila persone che per trent’anni avevano bevuto e cucinato con acqua contaminata, e lo scoprivano solo in quel momento. Oggi la relazione dell’Istituto Superiore di Sanità mette il timbro dell’ufficialità su quelle paure: l’acqua inquinata dalla discarica di veleni tossici dell’ex polo chimico Montecatini Edison di Bussi “è stata stata indiscutibilmente, significativamente e persistentemente compromessa per effetto dello svolgersi di attività industriali di straordinario impatto ambientale in aree ad alto rischio per la falda acquifera e per le azioni incontrollate di sversamento”, e poi, “distribuita senza controllo, anche per fasce a rischio di popolazione e utenze sensibili come scuole e ospedali”.

E gli enti lo sapevano almeno dal 2004. Eppure, se siamo qui a parlarne, è grazie al guizzo di un professore di Chimica di Torre de’ Passeri, Fausto Croce. A seguito del primo sequestro, fatto a marzo del 2007 dalla Forestale di Pescara, della discarica Tremonti a Bussi, alcuni cittadini partendo dal sospetto instillato in loro dal professor Croce, si rivolgono al Wwf e al Forum Acqua. Sono i loro rappresentanti a eseguire le analisi (private) all’acqua dei rubinetti della Val Pescara, scoprendo la presenza di numerose sostanze contaminanti, pericolose e tossiche. Fanno subito una segnalazione agli enti, pensando che non ne siano al corrente. Ma non è così. E’ il 12 luglio del 2007, quando Maurizio Acerbo, allora deputato di Rifondazione comunista, presenta un’interrogazione parlamentare indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro della Salute e al Ministro dell’Ambiente relativa alla “presenza di sostanze pericolose per la salute umana nell’acqua che normalmente bevono, o comunque utilizzano, i cittadini della Val Pescara”.

Intanto, dagli enti Acquedotto e Ato arrivano le prime risposte alle associazioni: nei loro confronti, solo minacce di denuncia per procurato allarme. Ma le associazioni non si fermano. Chiedono accessi agli atti a tappeto, scoprendo che gli enti sapevano dell’inquinamento dei pozzi chiamati Sant’Angelo almeno dal 2004, e che la Asl, nel settembre dello stesso anno, aveva segnalato alla Procura l’apertura di un fascicolo a riguardo. In tre anni, c’erano state riunioni ripetute e addirittura un intervento del Ministero dell’Ambiente, a giugno del 2005, in cui si rilevava la pericolosità di sostanze cancerogene nell’acqua distribuita ai cittadini. Anni di consapevole silenzio, in cui alla gente nessuno ha detto niente. In questa faticosa ricerca della verità, gli attori sono stati pochi e contrastati, a volte minacciati. Ma non basta, in quegli anni di silenzio, la Regione ha inviato una lettera ad una serie di enti, invitandoli a “procedere con la massima cautela per evitare inutili allarmismi nei cittadini interessati dall’inquinamento in atto”. Considerando che le leggi sulla potabilità obbligano gli enti a informare i cittadini nell’immediatezza, nulla di questo è stato fatto.

Ma ormai il caso è scoppiato, la gente ha paura, le conseguenze per la salute sono gravi. Il 3 agosto 2007 i pozzi vengono chiusi a furor di popolo, poi riaperti con l’utilizzo di alcuni filtri, risultati inutili. Vengono chiusi definitivamente nel novembre 2007. Ora, tutto è nelle mani della Procura di Pescara. Prossima udienza, il 15 aprile. “E’ incredibile che siano stati i cittadini a fare le veci della pubblica amministrazione”, dice Augusto De Sanctis del Forum abruzzese Movimenti per l’acqua, “abbiamo dovuto fare da soli, diffondendo i nostri dati attraverso la stampa pur di rompere il muro di silenzio”. E Maurizio Acerbo rilancia: “E’ definitivamente acclarato che noi purtroppo avevamo ragione sull’acqua contaminata, e che gli esponenti del Pd dell’Aca e dell’Ato avevano torto. Se i pozzi inquinati sono chiusi dal 2007 però, i politicanti del ‘partito dell’acqua’ sono ancora in circolazione”. Tanto che uno degli imputati del processo di Bussi, Giuseppe Quaglia del Pdl, è stato nel frattempo eletto presidente del Consorzio pubblico dei rifiuti di Sulmona, con una votazione congiunta Pd-Pdl.

Ora, tra le mani di quei 700mila abruzzesi, uomini donne e bambini, restano le parole dei periti dell’Istituto Superiore di Sanità. “Ai consumatori delle acque è mancata ogni informazione rispetto ai potenziali rischi per la salute associati al consumo di tali acque e a cui pertanto era preclusa la possibilità di adottare misure specifiche di prevenzione e mitigazione di tali rischi”. I due consulenti passano in rassegna i danni che derivano dalle sostanze scoperte nel sito. Il cloruro di vinile? “E’ un noto agente cancerogeno nell’animale e nell’uomo”, scrivono. Il tricloroetilene? “E’ chiaramente cancerogeno negli animali”. L’elenco va avanti, fino alle conclusioni. “La qualità e la protezione della risorsa di origine è stata indiscutibilmente compromessa e del significativo rischio non è stata data comunicazione ai consumatori che non sono stati in condizioni di conoscere la situazione ed effettuare scelte consapevoli”.