Brand innovativi, megastrutture imprenditoriali, tortellini, lasagne, lambrusco e tagliatelle in 3D. E’ la rivoluzionaria guerra del cibo di qualità che si sta consumando sulla via Emilia, tra Bologna la “grassa” e Modena altrettanto “pasciuta”. In nemmeno 40 chilometri di territorio stanno sorgendo, e sorgeranno entro il 2015, il parco agroalimentare Fico di Farinetti e Segré nelle prima periferia di Bologna e il Palatipico in quella modenese. Anche se basta guardare alle ultime inaugurazioni sotto le due torri per l’imbarazzo della scelta a quale tavolo sedersi: il primo punto vendita in franchising dell’esclusivo Buono Da appena fuori porta, la minicatena Well Done in pieno Quadrilatero, il secondo spazio di Alce Nero in zona universitaria. Per non parlare dell’imminente e robusto Mercato di Mezzo, struttura parallela e quasi gemella alla Coop Ambasciatori sempre targata Eataly, per un volume d’affari sul “food” che non conosce limiti spaziali e finanziari.

“Sia chiaro, questa non è una partita di calcio”, spiega al fattoquotidiano.it Ermi Bagni, direttore del Consorzio della Tutela del Lambrusco di Modena che con altri nove colleghi di altrettanti consorzi di prodotti tipici del territorio modenese hanno dato vita al Palatipico srl, “la distanza tra Modena e Bologna è solo teorica, Palatipico e Fico sono progetti sinergici. E poi il figlio di Farinetti ha visionato il nostro progetto ed Eataly potrebbe entrare anche da noi”. Museo multimediale, ristorazione e vendita, dedicato a 18 prodotti tipici del modenese, il Palatipico sorgerà nel 2015 grazie agli 8 milioni messi a disposizione dalla Camera di Commercio, dando da lavorare ad una quindicina di persone, più 37 chef che si alterneranno in cucina, per un volume d’affari previsto in 5 anni di 120mila visitatori. “Vicino alla ceramica e ai motori, fino agli novanta il cibo sembrava industrialmente il fratello povero, ma non era vero”, continua Bagni, “il segreto del rilancio è stato nel marketing territoriale e nella creazione di un brand”.

Infatti a Modena si parlerà di PiacereModena, mentre a Bologna dietro a Fico e alle decine di nuovi spazi di ristorazione e produzione di cibo ci sarà il brand City of Food (is Bologna). Una sorta di “food commission” che vede uniti Comune di Bologna, Università, Camera di Commercio, Fiera e Fondazione Golinelli. “I soldi della tassa di soggiorno finanzieranno l’operazione”, ha affermato l’assessore al marketing di Bologna, Matteo Lepore, “e ci sarà una regia unica per chi vorrà presentare progetti sul cibo in città”.

“Tutta questa attenzione verso il cibo non è un fatto nuovo, anche il principe rinascimentale nel possedere cibo di qualità mostrava prestigio e ricchezza”, racconta lo storico dell’alimentazione Unibo, il professor Massimo Montanari, “ma ciò che caratterizza l’età contemporanea è che si è esteso molto il pubblico che vuole usufruire di alimenti di qualità, e perlopiù in un momento di crisi. Banale dirlo, ma in tempi di magra economica si rinuncia al decimo vestito, ma non al mangiare perché è un atto quotidiano. Poi si aggiunga il fatto che è caduto il tabù del cibo come peccato di gola. La nostra società si è liberata di molti pudori e si parla di alimentazione a tutte le ore del giorno”.

“L’aspetto comunicativo ha giocato un ruolo importantissimo”, sottolinea Silvio Barbero, vicepresidente dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Cn), “ma dobbiamo fare in modo che questi modelli necessari e cruciali per lo sviluppo positivo del settore non diventino moda. La comunicazione sul cibo deve diventare sempre più formazione che informazione, altrimenti si trasforma in falso modello educativo in cui si esaltano solo gli aspetti spettacolari”.

“In questa positiva esplosione del business sul cibo non dobbiamo tralasciare il rilancio delle economie locali, sia nella produzione come già si sta facendo che nella distribuzione”, conclude Barbero, “se queste nuove megastrutture faranno sul serio, la vera novità sarà nel loro aspetto educativo ‘alto’ con un business, come dire, più sociale e condiviso e forse, paradossalmente, anche un po’ meno business”.