Giovedì mattina a Silea (Treviso) ad ascoltare il rapporto sul voto c’erano anche le tv russe, in prima fila. E non è stato affatto un caso. Nella settimana del referendum per l’annessione della Crimea alla Russia, in Veneto è tempo di referendum per l’indipendenza. Una consultazione on line, attivata domenica 16 e che si chiuderà stasera, chiede agli abitanti di “votare” sull’autonomia da Roma.

Il verbo va rigorosamente virgolettato, perché di istituzionale questo referendum ha ben poco. E il primo a mettere le mani avanti su questo aspetto è lo stesso governatore del Veneto, il leghista Luca Zaia, pur favorevole da sempre (tanto che ha partecipato alla consultazione votando a favore). “Queste discussioni vanno fatte, poi per fare le leggi, i passaggi devono cominciare in consiglio regionale – ha detto – non si tratta di un referendum vero e proprio ma di un sondaggio”. Un limite che pare solo terminologico ed è invece fondamentale. Al di qua non si incorre in nessuna sanzione, si chiede soltanto una manifestazione di pensiero ai cittadini: al di là si sfonda nell’illegalità. Poi però ci sono i numeri. Enormi, se verranno confermati anche a seggi chiusi. A meno di 24 ore dalla fine gli organizzatori hanno parlato infatti di più di un milione e 480 mila firme. Un dato raccontato in una conferenza stampa nella sala comunale di Silea, cittadina con un sindaco di centrosinistra, Silvano Piazza: favorevole alla consultazione ma contrario alla separazione del Veneto “perché il mondo non è fatto di confini”. In sala anche Franco Rocchetta, il fondatore della Liga Veneta. La notizia del referendum ha fatto il giro del mondo, complice il parallelo con la vicenda della Crimea.

“Il referendum ha valore legale eccome – rivendica Gianluca Busato, tra gli organizzatori del referendum – quando si presentano a votare con la carta d’identità due milioni di persone su una popolazione votante di 3,7 milioni non c’è dubbio sulla volontà del popolo”. Il refrain è quello di sempre. Una richiesta di autonomia con radici molto antiche, ma che è diventata reale negli ultimi mesi. Tutto è partito da un sondaggio, realizzato su un campione di 1200 maggiorenni. “Alcuni sostengono che il Veneto dovrebbe diventare uno Stato indipendente. Altri sostengono che deve rimanere una regione d’Italia. Lei ritiene che sia opportuno interpellare, tramite referendum, i cittadini su tale quesito?”, recitava la domanda. Risultato, 55 per cento di sì. Il 12 febbraio il comitato promotore ha presentato la piattaforma telematica e il sito (www.plebiscito.eu) attraverso il quale i cittadini veneti iscritti alle liste elettorali hanno votato.

Un metodo a tre braccia: i veneti si sono espressi tramite il web, ma anche attraverso il telefono e i seggi territoriali. “Ogni anno 20 miliardi di euro partono dal territorio come tasse e non tornano sotto nessuna forma – continua Busato – e il Veneto non può più permetterselo. La volontà di indipendenza è sempre esistita, ma il fattore socioeconomico è il turbo che sta mettendo le ali al referendum”. Poi racconta il “sogno” degli indipendentisti: “Sarà una Svizzera, non una piccola Italia. Vogliamo uno Stato di grandi autonomie locali che useranno strumenti di democrazia diretta come è accaduto adesso, con le vecchine che venivano a votare nei seggi e usavano i computer”. Ma il referendum sull’indipendenza è di fatto incostituzionale. Perché va contro l’articolo 5 della Costituzione, che recita: “La Repubblica italiana è una e indivisibile”. Chiuse le urne non accadrà nulla? “Non credo proprio – dice Busato – se dovessero esserci più di due milioni di votanti per prima cosa diremo agli imprenditori veneti che potranno avere l’esenzione fiscale totale dalle tasse”. “È solo l’ennesima bufala – replica Roger De Menech, segretario regionale del Pd – respingiamo la secessione, ma processi di federalismo vero vanno pensati. A partire da quello fiscale, innanzitutto. Questa schizofrenia prende solo in giro il popolo veneto che vuole maggiore efficienza dallo Stato”. Stasera il risultato del referendum verrà ufficializzato in piazza dei Signori, a Treviso.

da Il Fatto Quotidiano del 21 marzo 2014