Ha visto il padre e quella camicia sporcata di rosso. Un rosso che gli ricordava “il sangue della tigre”. Fotogrammi di una tragedia raccontata da un bambino di cinque anni, il figlio del salvadoregno che il 3 marzo 2014 ha sgozzato una donna di 29 anni e suo figlio di 3 in un appartamento di via Segneri a Milano. In un atto che il gip di Milano Elisabetta Meyer definisce di “spietata volontà omicidiaria”. Nel documento che accoglie la richiesta del pubblico ministero Gianluca Prisco, oltre alla confessione del padre sono riportati alcuni passaggi della testimonianza del bambino. Parole che smentiscono la versione del genitore secondo la quale suo figlio non avrebbe sentito nulla.  

“La mamma di Denzel piangeva molto e urlava”. Questo il primo passaggio che molto probabilmente fissa l’inizio dell’aggressione. In quel momento Vicotor Hugo Menjivar Gomez, 36 anni ha già sferrato i primi colpi verso la 29enne dominicana Libanny Mejia Lopez. Nell’altra stanza Denzel, che in realtà si chiama Leandro, è in compagnia dell’altro bambino. I due dormono. Oppure dormivano, ma vengono svegliati dalle urla. Sono da poco passate le 23.30 del 2 marzo. Fino a quel momento gli adulti hanno bevuto molto, chiacchierato, ballato. Poi Gomez tenta i primi approcci, ma la donna si ritrae, minaccia di dire tutto alla moglie dell’uomo.

Inizia la mattanza. “Io – prosegue il bambino – chiamavo il mio papà, mentre Denzel urlava mamma”. Forse vedono oppure sentono e basta. Perché poco dopo, uccisa la madre, tocca al bambino. “Ci aveva visti, dovevo ucciderlo”, dirà l’uomo ai magistrati. Prosegue il racconto: “Pochi minuti dopo  mio padre è venuto nella stanza e ha preso Denzel. Lui gridava molto e chiamava la sua mamma”. Poi il silenzio. Denzel sarà ritrovato in bagno, steso sul fianco, nel disperato tentativo di fuggire. In quel momento il padre ritorna verso al cucina, si toglie la camicia e la ripone nella spazzatura. Suo figlio vede le macchie di sangue. Non le identifica per quelle che sono, ma solo per il colore. Quel colore rosso che assomiglia tanto al sangue della tigre.

In quel momento tutto si è già concluso. Un’azione folle dettata, ragiona il giudice, da un totale “disprezzo per la vita”. Racconta l’uomo: “Ho iniziato a colpire Libanny quando eravamo in piedi. Non ricordo in questo momento se abbiamo avuto un rapporto sessuale (…). Io ho ripreso in mano il coltello, che avevo appoggiato sul tavolo”. La donna minaccia di raccontare tutto. Libanny lo colpisce, ma è solo una spinta per allontanarlo. L’uomo mostra il coltello e , stando al suo racconto, la donna per fermarlo si spoglia. Non serve. Il timore di essere scoperto è troppo forte. “Inizio a colpire con il coltello sino a provocarne la morte. Durante i colpi la donna urlava e chiedeva aiuto e in quel momento ho anche sentito piangere i bimbi. Non ricordo il colpo di grazia, colpivo dove capitava. Resomi conto che era morta, ho trascinato il cadavere dietro il divano per evitare che i bimbi la vedessero”. Quindi l’ultimo fotogramma. “Temevo che i bambini avessero capito quanto successo” quindi “vado in stanza e prendo Denzel ma lui scappa e io lo inseguo. Una volta raggiunto lo blocco e inizio a colpirlo con il coltello finché non capisco che è morto”. 

Una storia dell’orrore, commenta il giudice. Con il carnefice che insegue ferocemente la sua preda. Una scena che nell’ordinanza di convalida viene cristallizzata dal racconto di uno degli infermieri del 118 entrati nell’appartamento di via Segneri 4.  “Abbiamo notato immediatamente del sangue sparso sul pavimento, vicino al divano; la cucina, di colore bianco, era piena di schizzi di sangue; ci siamo diretti verso il bagno e abbiamo trovato il corpo del bambino vestito con un pigiamino a maniche corte, era messo sul fianco sinistro di fronte al water, in posizione rannicchiata, con le mani raccolte sul petto come in posizione di difesa. Presentava un taglio che aveva aperto la gola da parte a parte”. In conclusione, annota il giudice, il racconto del salvadoregno che punta tutto sulla incapacità di controllarsi legata all’alcol contraddice le azioni successive agli omicidi dettate da un “comportamento lucido, quale quello di eliminare il testimone scomodo, di nascondere il cadavere della donna, alla vista del figlio e di cancellare dalla scena del crimine quante più tracce possibili, indirizzando le indagini verso un’altra pista”.