Le quote rosa sembravano un problema di Berlusconi e sono diventate una mina tra i banchi del Partito democratico. Tutti gli emendamenti che avrebbero introdotto norme per agevolare l’ingresso delle donne in Parlamento sono stati bocciati e non certo di misura. Sono mancate decine di voti proprio del Pd. Lo dice la matematica perché a Montecitorio i democratici sono 293 e in nessuna delle tre votazioni questa quota è stata raggiunta: i voti favorevoli sono stati rispettivamente: 227, 214 e 253. E’ quindi mancato il contributo di almeno 60 deputati democratici, visto che a favore delle quote rosa si erano espressi diversi componenti di Sel, Scelta Civica, Popolari per l’Italia, Nuovo Centrodestra e della stessa Forza Italia. Certo, ora il portavoce della segreteria del Pd Lorenzo Guerini e poi il presidente del Consiglio Matteo Renzi corrono alle parole di giustificazione: “Il Pd rispetta il voto del Parlamento sulla parità di genere – dice il capo del governo – Ma rispetta anche l’impegno sancito dalla direzione su proposta del segretario: nelle liste democratiche l’alternanza sarà assicurata. Ho sempre mantenuto la parità di genere. Non intendo smettere adesso”. Una dichiarazione che sembra far trasparire la serenità di chi vede comunque rimanere integro l’accordo con Berlusconi. Domani (11 marzo) sarà verosimilmente l’ultima giornata di discussione a Montecitorio sulla legge elettorale, prima dell’approvazione finale della Camera. In agenda il voto sugli emendamenti sulle preferenze.

Deputate Pd contro i franchi tiratori: “Accordi non mantenuti”
Ma la ferita resta e ha l’immagine delle deputate del Pd che lasciano l’Aula subito dopo la bocciatura dell’ultimo emendamento, tranquille come iene. “Il gruppo non ha rispettato l’accordo” si lamentano in Transatlantico pretendendo dal capogruppo Roberto Speranza una riunione immediata. La Camera, infatti, non solo ha bocciato l’alternanza in lista e l’alternanza dei sessi come capilista, ma anche l’introduzione di una quota del 40% di capilista donna. E’ qui che le deputate del Partito democratico hanno capito che in realtà i nemici della cosiddetta parità di genere non erano nell’ala di fronte alla loro, bensì tra loro. E che quindi questo è stato solo un replay della giornata in cui fu impallinato Romano Prodi nella corsa al Quirinale. Questa volta non saranno stati 101, ma il senso resta. E quindi Sandra Zampa, che prodiana è definita, non può che intendersene e così è la prima a scrivere su Twitter: “Mancano i voti nostri. Lo dicono i numeri”. La stessa presidente della Camera Laura Boldrini, pur rispettando il voto dell’Aula, sottolinea la sua “profonda amarezza perché una grande opportunità è stata persa, a detrimento di tutto il Paese e della democrazia”. 

Molti deputati del Pd avevano sostenuto durante il dibattito gli emendamenti bipartisan: “Non è una concessione da strappare ma la premessa per avere una qualità più elevata della rappresentanza politica” aveva detto tra gli altri l’ex presidente del Pd Gianni Cuperlo. Ora Pippo Civati rivela di aver perso una pizza giocata con Rosy Bindi: “Non è passato nemmeno il 60-40. Complimenti a tutti. E scusate. Che vergogna. Ho perso una pizza con Rosy Bindi. Che diceva, purtroppo giustamente, che non sarebbe passato nemmeno questo. 298 no contro 253 sì. E il Pd che non dà indicazione di voto, ma lascia libere le coscienze su un emendamento che già era ‘diminuito’ rispetto agli interventi e alle parole altisonanti che si sono udite in Aula”. 

Le donne di Forza Italia vestite di bianco
La contrarietà alle quote rosa per tutta la giornata sembrava dividere solo Forza Italia. Il partito di Berlusconi è riuscito a fare resistenza fino all’ultimo (opponendo anche motivi di presunta incostituzionalità), costringendo alla fine il governo a rimettersi all’Aula e gli altri partiti (in particolare il Pd, contraente dell’accordo con Berlusconi) a lasciare “libertà di coscienza“. A nulla è servita la “protesta silenziosa” delle deputate vestite di bianco, molte delle quali di Forza Italia e del Nuovo Centrodestra (Laura Ravetto che è stata anche ideatrice dell’iniziativa, Renata Polverini, Michela Brambilla, Gabriella Giammanco, Stefania Prestigiacomo, Nunzia De Girolamo, Dorina Bianchi), oltre che del Pd (Rosy Bindi e Alessandra Moretti). A nulla sono serviti i diversi incontri organizzati in extremis tra diversi incontri tra il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi e i capigruppo di Forza Italia e Nuovo Centrodestra Renato Brunetta e De Girolamo, oltre che Denis Verdini, “l’uomo delle riforme” tra i berlusconiani.

La richiesta di voto segreto dei 41 di centrodestra
E quindi l’Aula è stata “libera” di scegliere. Libera a tal punto che per qualcuno è stato un po’ più comodo, visto che i deputati si sono potuti esprimere con il voto segreto. Sono stati 41 i deputati che hanno chiesto che si procedesse alla votazione con scrutinio segreto. Molti di loro sono iscritti al gruppo di Forza Italia, ma sono stati sostenuti anche da colleghi di Fratelli d’Italia, Lega Nord, Popolari per l’Italia. Tra i nomi più noti Piero Longo, Capezzone, Abrignani, Lainati, Corsaro, Rampelli, Archi, Caparini, Valentini, Cera. Alcune deputate del Pd e di Sel hanno chiesto il ritiro della richiesta, ma non è stata accolta.
 L’unica certezza è che il Movimento Cinque Stelle ha votato contro le rappresentanza di genere: “Dimostrano l’ipocrisia – dice Federica Dieni – che regna sovrana in questo Parlamento: non è corretto stabilire per legge delle quote di partecipazione”. “Noi abbiamo votato contro – spiega più tardi la collega Azzurra Cancelleri – perché siamo la dimostrazione che non servono regole imposte ma serve mettere nelle condizioni le donne di poter svolgere bene la loro funzione dentro ogni settore lavorativo, non solo il Parlamento”.  

Prestigiacomo: “Amarezza, 9 anni fa Forza Italia era a favore”
I toni più critici durante il dibattitosono stati quelli delle deputate del partito di Berlusconi: “Prendo con amarezza la parola in dissenso dal mio gruppo, che nell’ottobre 2005 si pronunciò a favore delle quote di genere invece oggi non ci lascia nemmeno la libertà di coscienza su questo tema” dice la Prestigiacomo, nell’annunciare che voterà “con orgoglio e a viso aperto” a favore degli emendamenti. In realtà poi Brunetta ha confermato che Forza Italia avrebbe “permesso” ai propri parlamentari di votare in libertà dalle decisioni del gruppo. 

“Non mi ritrovo nella definizione di quote rosa, non è questo, non è questo!!” grida in Aula Titti Di Salvo (Sel), prima della votazione. “Dire che vogliamo un Parlamento fatto a metà di donne e uomini – aggiunge – non è un diritto, non è un privilegio, è una scelta, come hanno scelto di fare nella Costituzione tunisina, perché io ritengo che sia interesse del Paese rappresentare com’è la realtà ed è per questo che la Costituzione ne parla”. “Ho cambiato opinione negli ultimi mesi, una volta entrata in Parlamento – confessa Irene Tinagli, economista eletta con Scelta Civica – Ho visto come sono fatte le liste, ho visto la qualità delle donne escluse. Sono d’accordo con Di Salvo: è una scelta, è un messaggio da dare al Paese, alle generazioni future”.

D’accordo anche Paola Binetti (Popolari per l’Italia): “L’idea che le donne possano e debbano essere più presenti in Parlamento si sta facendo strada con forza in tutti i gruppi parlamentari. Qualcuno dubita che in Italia ci siano tante donne in gamba e politicamente appassionate da poter rappresentare quel 50 percento cui aspiriamo in modo trasversale, ma non è così”. 

Disegno dei nuovi collegi: non saranno oltre 120
L’Italicum negli ultimi giorni è stato criticato da più parti anche perché frutto di un compromesso. E oggi stesso i problemi sono cominciati di prima mattina quando in Aula, è arrivata la richiesta di far slittare il voto sul testo per una nuova discussione sugli emendamenti: delega al governo per le tabelle sui nuovi collegi, multicandidature, emendamento salva-Lega e questione della ripartizione dei voti e quindi dei seggi nel passaggio dal livello regionale a quello nazionale. Quindi con la discussione a singhiozzo finché si è arrivati a un punto sulla riformulazione di ciascuno di questi aspetti.

La Camera ha approvato un emendamento che delega il governo a disegnare i collegi entro 45 giorni. Il governo dovrà tenere conto di una serie di criteri: i collegi saranno al massimo 120, coincidenti tendenzialmente con le province; in ciascuno verranno eletti 3-6 deputati. L’intesa raggiunta nel Comitato dei nove in extremis è stata preceduta da una lunga trattativa e momenti concitati anche in commissione. Per avere un’idea il Porcellum aveva 27 circoscrizioni plurinominali, mentre il Mattarellum aveva 475 collegi uninominali.

Eliminati gli emendamenti Salva Lega. Ok a multicandidature
Il relatore alla legge elettorale e presidente della commissione Affari costituzionali Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) ha invitato il suo gruppo a ritirare gli emendamenti cosiddetti salva-Lega durante la riunione del comitato dei nove. “Se l’invito al ritiro non dovesse essere accolto, sarà dato parere contrario”, spiega. Ma alla ripresa dei lavori la presidente Laura Boldrini ha annunciato il ritiro dei due emendamenti a prima firma di Elena CentemeroLe multicandidature saranno invece consentite fino a otto collegi. 

Di Maio (M5s): “Porcellum II: la vendetta dei partiti”
Resta critico il Movimento 5 stelle. “Porcellum II (la vendetta dei partiti)”, scrive su Facebook Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, “La Repubblica del ‘non fare’. Dove la politica sceglie di non scegliere e tira avanti per sopravvivere. In questi giorni il Parlamento sta dando un’immagine indegna di se stesso. Accordi che si fanno fuori dalle Aule (tra Verdini e Renzi). Sedute continuamente rinviate. La continua ricerca di accordi che stanno solo peggiorando il testo base della legge elettorale. Alla fine i partiti si ritroveranno tra le mani un pugno di mosche. Molti ci rimproverano di fuggire il compromesso. Spiegatemi perché far parte di questa logica al ribasso. Perché fare accordi che puntualmente peggiorano qualsiasi testo iniziale? Tra il ‘Porcellum I’ e il ‘Porcellum II’ non cambia nulla. L’Italicum iniziale (che già era penoso perché senza preferenze), è stato ulteriormente ‘porcellizzato’. Non saprei dirvi cosa cambia rispetto alla legge bocciata dalla Consulta”.