Le Olimpiadi di Tokyo 2020 avranno un impatto negativo sulla ricostruzione post-Fukushima a tre anni dal sisma. A dirlo sono oltre la metà degli amministratori locali delle tre provincie di Fukushima, Miyagi e Iwate, che hanno espresso il loro parere a un sondaggio dello Asahi Shimbun, il secondo quotidiano nazionale giapponese. Il 60 per cento di loro, 25 su 42 tra sindaci e amministratori locali, ha risposto che i lavori infrastrutturali previsti per i giochi olimpici che si terranno tra poco più di sei anni nella capitale giapponese avranno un impatto negativo sul Nordest del paese, poiché sottrarranno materiali edili e lavoratori alle opere di bonifica e ricostruzione del territorio colpito da terremoto e tsunami e interessato dalle perdite radioattive dalla centrale No 1 di Fukushima.

I più ottimisti – rileva ancora il quotidiano – hanno risposto che si aspettano un incremento nelle presenze turistiche, ma si augurano comunque un maggiore impegno da parte del governo centrale in previsione dell’apertura dei Giochi. Nell’ultimo anno Tokyo ha cercato di dare una spinta al settore dei lavori pubblici con un investimento da 98 milioni di dollari, parte dei quali però non è andata usata. Una delle cause è l’aumento dei costi del lavoro e dei materiali. Ma a preoccupare di più è il fatto che i lavoratori sono sempre di meno: nel 2010 un quinto degli addetti nel settore delle costruzioni era ultrasessantenne e oggi va verso la pensione. Fattori che hanno causato, scriveva qualche giorno fa Reuters, aste deserte per l’assegnazione di lavori nelle aree terremotate in un terzo dei casi, quando subito dopo il disastro la percentuale era zero.

Non stupisce quindi che i contractor vogliano concentrare le loro forze dove il piatto è più appetitoso: a Tokyo, dove solo per le Olimpiadi il governo stanzierà da qui al 2020 20mila miliardi di yen (poco più di 142 miliardi di euro). E mentre a Tokyo già si pensa degli effetti benefici dei Giochi sull’economia nazionale, più di 250mila persone continuano a vivere lontano da casa propria, con gravi conseguenze sulla salute psico-fisica dei cittadini. E’ di pochi giorni fa la notizia secondo la quale le morti legate allo stress da post-terremoto e tsunami hanno superato nella prefettura di Fukushima quelle provocate direttamente dal disastro naturale. Circa 16mila vittime a cui si aggiungono oltre 2.500 dispersi e circa un milione di edifici distrutti o seriamente danneggiati: questo il bilancio a tre anni dal terremoto di magnitudo 9 – il più forte mai registrato in Giappone – e dallo tsunami dell’11 marzo 2011.

Un bilancio provvisorio, perché non tiene conto dei danni ambientali e sulla salute dei cittadini che una gestione superficiale dell’emergenza e una mancata politica di assistenza alla popolazione evacuata potrebbero causare sul lungo periodo. La ricostruzione e la bonifica del territorio che circonda la centrale nucleare di Fukushima non sono stati infatti segnati da rivelazioni sull’infiltrazione della malavita organizzata e sulla “distrazione” di fondi destinati alla ricostruzione ad altri usi. A questi si sono aggiunti gli errori di Tepco, l’azienda elettrica di Tokyo che gestisce l’impianto, nello stoccaggio dell’acqua usata per il raffreddamento dei reattori danneggiati. Anche in risposta a questi problemi, il governo Abe II (Shinzo Abe era infatti già stato incaricato nel 2006), in carica da dicembre 2012, ha promesso un impegno “diretto” nell’opera di ricostruzione e ha quindi promosso tramite l’Agenzia per la ricostruzione un aumento del budget da qui al 2015 portando la cifra stanziata da 19 a 25mila miliardi di yen (178 miliardi di euro circa). Ma parlare di ripresa nel Nordest del Giappone oggi è sempre più difficile.

di Marco Zappa