“A Sochi si sta bene, ma devo lavorare”, ha confessato ai giornalisti il presidente russo Vladimir Putin che si è dovuto distrarre dalle gare delle Olimpiadi per seguire gli affari di Stato. Che il titolare del Cremlino abbia un debole per i territori del Mar Nero e delle montagne del Caucaso, lo sanno bene gli ambientalisti locali che da anni contestano costruzioni abusive su territori protetti, a loro dire, ad uso esclusivo di Putin stesso. Si tratta di un comprensorio sciistico nel cuore della riserva naturale della biosfera del Caucaso, compresa nel “Caucaso Occidentale”, sito Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, sui pendii occidentali del monte Fisht, non lontano dagli impianti olimpici di Krasnaja Poljana, nell’area nota come Lunnaja Poljana. A questa si aggiunge una vera e propria “reggia” in stile neobarocco sulla costa, a 260 chilometri da Sochi, progettata da un architetto italiano. 

A denunciare gli abusi è la Guardia ecologica per il Caucaso del Nord. Un suo membro, il geologo Evgenij Vitishko, dichiarato “prigioniero di coscienza” da Amnesty International, è appena stato condannato a tre anni di carcere per “l’imbrattamento” della recinzione della presunta dacia del governatore del Territorio di Krasnodar. Mentre un altro ambientalista, Suren Gazaryan, coimputato nell’ambito dello stesso processo, si è rifugiato in Estonia a dicembre del 2012 per fuggire dalle nuove accuse per le sue denunce circa “la Reggia di Putin”. “Sono dovuto andare all’estero, altrimenti sarei finito come Vitishko”, confessa Gazaryan in un colloquio con ilfattoquotidiano.it.

Nell’agosto del 2012 gli è stata contestata l’accusa di tentato omicidio di tre uomini della sicurezza che sorvegliavano un cantiere molto particolare sul promontorio Idokopas, vicino al villaggio Praskovejevka sul Mar Nero. Il sito di costruzione è spuntato nel 2005, invadendo, secondo le denunce degli ambientalisti, 68 ettari di bosco protetto ed è lontano da sguardi indiscreti. Infatti è sorvegliato dagli uomini del Servizio federale per la sicurezza. Quel che si trova all’interno si può vedere, però, dalle immagini scattate dal satellite. E non solo. A gennaio del 2011, il Wikileaks russo, RuLeaks, ha pubblicato le foto del palazzo, con un giardino in stile alla francese, arredi e marmi preziosi, tre piste d’atterraggio per elicotteri e addirittura un bunker sotterraneo che arriva fino alla costa.

Insomma, una vera e propria copia del Peterhof, rinomata dimora reale degli zar russi nei dintorni di San Pietroburgo. Solo che il proprietario della Reggia di Praskovejevka, attraverso una società offshore, è colui che la stampa estera ha ribattezzato come lo Zar della Russia dei giorni nostri, Vladimir Putin. Almeno così sostiene l’imprenditore Sergei Kolesnikov. Carte alla mano, ha scritto il 21 dicembre del 2010 una lettera aperta rivolta all’allora presidente Dmitry Medvedev per denunciare la corruzione ai livelli più alti del potere.

La lettera è stata rilanciata all’epoca da un giornalista del Washington Post che aveva incontrato Kolesnikov negli Usa per assicurarsi delle prove su cui si basavano le pesanti accuse. Kolesnikov conosceva bene i fatti, perché prima di denunciare l’esistenza di questo sistema di corruzione, lui stesso ne faceva parte. Conobbe Putin ai tempi della sua presidenza del Comitato per le relazioni estere del Comune di San Pietroburgo, all’inizio degli anni Novanta. L’imprenditore è stato un azionista della società Petromed, istituita dal Comitato per fornire attrezzature mediche costose agli ospedali russi, grazie ai fondi stanziati dagli oligarchi. Solo che, sostiene Kolesnikov, il 35 per cento dei fiondi veniva versato su conti offshore. E cui beneficiario sarebbe stato Putin stesso. È con questo denaro, secondo l’imprenditore, che è stata costruita la dimora sul Mar Nero, costata oltre un miliardo di dollari.

Sui documenti legati all’immobile compare la firma di Vladimir Kozhin, capo della struttura che gestisce i beni della Presidenza. Ma sia Kozhin, che il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, hanno negato qualsiasi rapporto del presidente russo con il palazzo nei dintorni di Praskovejevka. Il palazzo fantasma è stato progettato da un architetto sfuggente. Kolesnikov ha fatto il nome di un progettista italiano, Lanfranco Cirillo, sconosciuto ai professionisti del settore sia in Russia, sia in Italia. A rintracciare Cirillo è riuscito però il settimanale moscovita The New Times che nell’edizione del 23 aprile 2012 gli ha dedicato un’inchiesta. Il suo studio nel centro di Mosca è conosciuto solo da pochi eletti, non ha un sito, né insegne allettanti. Progetta appartamenti e palazzi esclusivi nella capitale e all’estero, come anche gli uffici degli oligarchi russi. La storia personale dello stesso Cirillo, originario di Brescia, è avvolta nel mistero, ma lui stesso vorrebbe passare alla storia come “un grande architetto russo nato in Italia”. Intanto Cirillo si è già assicurato il primato dell’architetto russo più costoso, anche se, sempre secondo Kolesnikov, aiuta a risparmiare i clienti aggirando la dogana per importare i materiali pregiati dall’estero. Schema, questo, utilizzato nella costruzione anche della reggia sul Mar Nero, sempre secondo l’imprenditore.

Risale invece all’inizio del primo mandato presidenziale di Putin la costruzione della presunta stazione sciistica. Secondo le denunce degli ambientalisti, per costruire le piste, la residenza considerata da loro ad uso di Putin e la casa per gli uomini della sicurezza alla Riserva naturale della biosfera del Caucaso, sono stati sottratti circa 200 ettari di terreno. Il suolo poi è stato affittato per 49 anni alla società costruttrice, che è il colosso petrolifero di Stato, Rosneft. Lo scempio delle zone limitrofe al sito, Patrimonio dell’Umanità, ha suscitato nel 2008 una dura critica dell’Unesco. Ma le autorità russe insistono dicendo che si tratta di una stazione scientifica e non di uno ski resort costruito per il presidente russo, come invece sostengono gli ambientalisti. E ora gli attivisti affrontano una nuova minaccia. Nonostante nel 2008 l’Unesco abbia imposto lo stop alla costruzione della strada che doveva collegare la stazione sciistica passando per il sito protetto, da tempo i lavori sono ripresi. Compromettendo ulteriormente l’intera zona.