Dopo la prima fase, andata in onda l’anno scorso con risultati d’ascolto disastrosi, domenica è ripreso su Rai3 Masterpiece, forse il programma più sbagliato della stagione televisiva. Non il più brutto, intendiamoci: sono molti i programmi che possono competere per questo titolo, e Masterpiece non è il peggiore tra questi, potendo vantare quantomeno una confezione visiva di tutto rispetto. No, proprio il più sbagliato, per una serie evidenti di ragioni. 

È sbagliato come è costruito, tanto per cominciare. Masterpiece funziona così: tutti gli aspiranti concorrenti hanno mandato alla redazione un loro manoscritto inedito. Nella prima fase gli autori dei testi selezionati vengono convocati in gruppi di 10 a puntata. Uno dopo l’altro leggono un brano del proprio capolavoro ai tre giudici e, tra quelli che passano, viene fatta una ulteriore scrematura, per arrivare a quattro semifinalisti, che accedono alla cosiddetta “prova immersiva” (in realtà, un semplice temino). Questi quattro vengono ridotti quindi a due, che, su un ascensore, fanno un riassunto del loro libro a uno scrittore già affermato che, insieme ai tre giudici sceglie il finalista della puntata.

A tutti i sei finalisti della prima fase, ne vengono quindi aggiunti nella seconda fase altri sei, ripescati con criteri vari. Questi dodici scrittori affronteranno tre altre prove che determineranno tre perdenti che si sfideranno tra loro per vedere chi sarà l’eliminato etc. etc. Per arrivare alla fine della serie, se dio vuole, con il vincitore assoluto del programma. E cosa vince costui? La pubblicazione del suo manoscritto. Sì, proprio quello inviato alla redazione all’inizio di tutto questo complicatissimo percorso. Ma allora, viene da chiedersi, che senso ha tutta questa trafila? Non si poteva sceglierlo da subito e tanti saluti? 

Anche il genere è sbagliato. S’è tanto sbandierato che Masterpiece è il primo talent letterario nel mondo. Forse però, se non ne sono mai stati fatti prima, una ragione ci sarà. In effetti, per avere un talent interessante una delle condizioni fondamentali è che le prove dei candidati siano interessanti. Per esempio, nei talent canori i concorrenti cantano; in quelli di ballo, ballano; in quelli di cucina, cucinano. E in quelli letterari i concorrenti che fanno? Leggono. Ora, la lettura da parte di perfetti sconosciuti di brani di un libro altrettanto sconosciuto è forse una delle cose più televisivamente noiose che ci possano essere. A pari merito forse con la scrittura e la lettura di un temino composto per l’occasione. 

E infatti, per tentare di limitare i danni, in questa seconda fase gli autori, poveretti loro, hanno tentato di inventarsi le prove più assurde, tipo fare scritte d’occasione ai passanti nel centro di Torino, o comporre una nuova strofa di una canzone di Vecchioni, che, poveretto anche lui, ha assistito al massacro della sua Stranamore con pazienza da monaco zen…

Sono sbagliati anche i giudici. Se Giancarlo De Cataldo se la cava in modo più che dignitoso, Andrea De Carlo, a cui è stato imposto il ruolo del cattivone, è completamente fuori parte; e infatti le sue sfuriate, che sanno di finto lontano un miglio, fanno ridere i polli. Quanto alla Taiye Selasi, be’ diciamo che ha una bella presenza. In questa seconda fase, per movimentare un po’ le cose, sono stati invitati ospiti a destra e a manca (tra cui appunto l’incolpevole Vecchioni). Ma, insomma, non è che sia cambiato granché.  

Ma la cosa più sbagliata di tutte è che in questo talent letterario non si parla praticamente mai di (veri) libri. Tranne che per promuovere l’ultima fatica dello scrittore ospite di turno (non che ci sia niente di male, per carità). Nel corso del format non viene quasi mai sottolineato e messo in evidenza piacere di leggere, ma solo quello di scrivere. Il problema è in Italia abbiamo valangate di aspiranti scrittori, di cui francamente non sappiamo che farcene; peccato però che sono proprio i lettori a mancare. 

Ben venga quindi un programma sui libri e lodi sincere a chi ha voluto e promosso questa iniziativa. Però bisognerebbe fare qualcosa che abbia televisivamente senso e non limitarsi a riprendere pedissequamente una formula, quella del talent appunto, che con i libri non c’entra nulla.