Industriali filo-berlusconiani, cooperative rosse, tanto cattolicesimo e una spruzzata di Casini. Non c’è solo tanta Emilia Romagna – un terzo dei componenti – nel governo che ha appena giurato al Quirinale nelle mani di Giorgio Napolitano. Nella compagine che approda a Roma da quella che fu la regione più rossa del Paese, si ritrova tutto il campionario delle lobby politiche e socio-economiche di quel territorio. E per tutti ci sono ministeri-chiave: Federica Guidi, modenese, va allo Sviluppo economico; Giuliano Poletti, romagnolo di Imola, al Lavoro; Dario Franceschini, ferrarese, alla Cultura; Gianluca Galletti, bolognese, al ministero dell’Ambiente. Infine lui, Graziano Delrio, sottosegretario alla presidenza del consiglio: il Gianni-Letta del nuovo premier è passato dalla poltrona di sindaco di Reggio Emilia a Palazzo Chigi (e per un soffio non gli davano l’economia). Tutto mentre la sua città è retta ad interim dal suo vice-sindaco e attende ancora le prossime elezioni amministrative a maggio.

Una scalata fulminante quella del religiosissimo medico endocrinologo Graziano Delrio, nove figli, portato per la prima volta in politica dal reggiano Pierluigi Castagnetti che nel 1999 lo candidò in consiglio regionale con il Partito popolare. Sindaco di Reggio Emilia dal 2004, a capo dell’Anci nel 2011, da oggi Delrio occupa la poltrona che – se Pierluigi Bersani avesse vinto a febbraio 2013 – sarebbe toccata all’attuale presidente dell’Emilia Romagna, Vasco Errani. Che dell’ex leader Pd era uomo ombra. Una beffa per il governatore (alcuni giurano tuttavia che per lui sia pronto un sottosegretariato in qualche ministero), ma questi strani destini incrociati non sono rari a queste latitudini. Del resto è la terra dove il segretario regionale uscente del Partito democratico, Stefano Bonaccini, una volta bersaniano di ferro, oggi in segreteria Pd con Renzi, potrebbe prendere il posto proprio di Errani a marzo 2015 alla guida della Regione. Soprattutto ora che Delrio, nei mesi scorsi additato come possibile numero uno nei palazzi regionali, è diventato una star della politica romana e all’Emilia non pensa più.

Le coop rosse entrano direttamente al governo con il ministero del Lavoro affidato al romagnolo Giuliano Poletti, presidente nazionale di Legacoop e con un passato da dirigente comunista tra la sua Imola e Bologna. Un anno fa era stato nominato alla guida della Alleanza delle cooperative, l’organismo che aveva riunito sotto un’unica direzione il settore diviso tra ‘rossi e ‘bianchi’. Poletti aveva sostituito Luigi Marino, oggi senatore di Scelta civica, che si era dimesso proprio in vista della candidatura al parlamento nel 2013. La nomina al ministero del lavoro sancisce di fatto l’avvicinamento tra il rottamatore e le coop rosse iniziato subito dopo la caduta di Pierluigi Bersani, che delle coop rosse era uno dei referenti politici. L’11 luglio 2013 fu proprio Poletti a iniziare la manovra di avvicinamento dichiarando simpatia per il sindaco di Firenze: “Basta guardare i dati: Matteo Renzi è oggi una delle figure che nel panorama politico e pubblico italiano raccoglie un livello importante di consenso, quindi è ragionevolmente immaginabile che sia un protagonista del futuro di questo Paese”.

Oltre alle coop rosse l’Emilia porta con sé anche Confindustria, con la nomina allo sviluppo economico di Federica Guidi, già presidente dei giovani industriali e figlia di Guidalberto. Un cognome che non avrà fatto gioire Maurizio Landini, e non solo per le simpatie berlusconiane della famiglia. Il padre della neo-ministro, padrone della fabbrica Ducati Energia di Bologna, negli ultimi anni non ha avuto esattamente buoni rapporti con i delegati in fabbrica della Fiom-Cgil. Nell’ottobre 2008 Guidalberto Guidi arrivò allo scontro frontale coi lavoratori per la sua volontà di eliminare alcune pause: “Il caffè – spiegò l’industriale – si può prendere in altri momenti. Il prossimo passaggio sarà quello di togliere tutte le macchinette”. E giù scioperi, come quella volta che, nel 2010, l’azienda della famiglia Guidi inviò quattro lettere di licenziamento ad altrettanti operai accusati di non avere controllato una commessa fabbricata in India (dove la Ducati Energia ha degli stabilimenti).

Il ministero dell’ambiente va invece a Gianluca Galletti. Assessore comunale nella prima e unica giunta non di sinistra di Bologna – quella guidata da Giorgio Guazzaloca – il commercialista fidatissimo di Pierferdinando Casini un anno fa era stato dato come ‘trombato’ dopo le elezioni politiche che lo avevano visto non eletto. Invece l’abile mano dell’ex presidente della Camera prima piazza Galletti come sottosegretario all’istruzione del governo di Enrico Letta, poi, all’ultimo secondo, passato Andrea Orlando al ministero della giustizia, lo infila nel dicastero dell’ambiente. Paradosso: Galletti va a guidare un ministero nato a metà anni Ottanta sull’onda del disastro di Chernobyl. Proprio lui, che nel 2010, da candidato governatore, in diretta sull’emittente bolognese Radio città del capo, disse senza pudori sul tema delle centrali nucleari: “Se mi dimostrano che in tutta Italia il sito più sicuro e più economico è in Emilia-Romagna, io non avrei timore a metterlo in Emilia-Romagna”.

Poi c’è Dario Franceschini, ministro alla cultura. Famiglia di partigiani ferraresi, già da tempo l’ex enfant prodige democristiano è lontano dalla politica regionale. Infine, nella truppa emiliana al governo, in molti giurano che è in arrivo anche un’antica conoscenza di Matteo Renzi, Roberto Reggi. L’ex sindaco di Piacenza, dopo essere stato plenipotenziario renziano ai tempi delle primarie 2012, era uscito dal circolo più ristretto del nuovo premier, ma ora per lui potrebbe essere pronta una poltrona da sottosegretario.