All’indomani della Giornata della Memoria abbiamo chiesto a Pietro Veronese, giornalista di Repubblica, di raccontarci la sua esperienza dell’ultimo periodo di Nelson Mandela, la cui vicenda ha seguito da inviato fino ai funerali avvenuti lo scorso 15 dicembre. Può suonare strano l’accostamento di due vicende geograficamente così distanti, ma il tema della diversità rifiutata, della discriminazione, della lotta eroica per i diritti e la giustizia attraversa pienamente queste storie in un’unica vicenda umana che ci interpella ancora oggi, più che mai, sulle sponde di Lampedusa e nelle nostre città multietniche. Veronese sarà con noi al Festival SUQ (Genova 13-24 giugno 2014) per continuare ad approfondire insieme il Sudafrica, il suo passato e il suo futuro.

Si può dire che la parabola di Mandela ci ricorda i due volti dell’umanità e della memoria? Quello dell’ingiustizia e dell’oppressione che in ogni epoca si ripete, e quello degli “eroi” che danno la loro vita per una liberazione, un ritorno alla luce…

Certamente Nelson Mandela è stato un eroe della liberazione umana e anche un campione della memoria. Sulla sua parabola di leader politico e di fondatore del Sudafrica democratico c’è poco da aggiungere a quanto è noto a tutti. Dobbiamo però anche ricordare che, nel suo disegno, la nuova libertà sudafricana è stata fondata proprio sul recupero e anzi la rivelazione di una memoria sepolta: la memoria del male che il Sudafrica era stato costretto a vivere nei lunghi decenni dell’apartheid. Mi riferisco alla Commissione Verità e Riconciliazione, ideata da Mandela mentre era capo dello Stato (1994-1999) insieme al suo amico Desmond Tutu, all’epoca arcivescovo di Città del Capo e come lui Premio Nobel per la Pace. La Commissione aveva proprio il compito di far emergere e soprattutto far condividere, attraverso le testimonianze volontarie dei responsabili, la memoria dei crimini contro le persone commessi dal regime dell’apartheid. Quella memoria, attraverso le deposizioni pubbliche raccolte dalla Commissione, è adesso memoria condivisa dei sudafricani e direi del mondo intero.

La scomparsa di Madiba ha tenuto banco per diverse settimane sui media del “villaggio globale”, poi l’attenzione cala e si torna a fare i conti, ad esempio, col fatto che nelle nostre scuole i programmi di storia si fermano se va bene alla Guerra Fredda. Come rendere vivo ai bambini e ai ragazzi un capitolo tanto importante e vicino della nostra storia umana?

I programmi scolastici italiani sono sempre stati in ritardo di almeno un trentennio. Ai miei tempi arrivavano a stento a Hiroshima e Nagasaki. Aspettando che Nelson Mandela venga ammesso nei nostri manuali, sta a ciascuno di noi diffondere la conoscenza del suo nome e della sua opera, parlandone ai figli e in generale alle nuove generazioni ogni volta che ce ne è data l’occasione.

Chi sono oggi, se ci sono, i piccoli grandi Mandela che si battono per l’affermazione dei diritti dei popoli? A noi vengono più in mente situazioni “ribaltate”, ovvero i processi di immigrazione nei paesi occidentali…

Noi non sappiamo dove si trovino, dove stiano crescendo, maturando, fortificando la loro individualità i “piccoli grandi Mandela” del XXI secolo. Sicuramente non tra i suoi successori politici, che sembrano non aver alcun interesse a vivere secondo il suo insegnamento e ne usano il nome solo per promuovere i propri interessi. Dobbiamo però avere forte la speranza che quei nuovi Mandela davvero ci siano, pur se siamo consapevoli che egli fu un uomo eccezionale, dalla storia eccezionale, e che non è facile essere benedetti, ad ogni generazione, da una persona della sua levatura. È bello immaginare, come lei suggerisce, che possano trovarsi fra i migranti che a rischio della vita attraversano il Mediterraneo e raggiungono una vita irta di difficoltà e umiliazioni in Europa. Auguriamoci che l’ingiustizia della condizione che noi imponiamo loro possa almeno servire a produrre uomini e donne capaci di migliorare il mondo, tutto il mondo, a cominciare dal nostro. Come ho sentito dire al missionario comboniano padre Kizito Sesana, i migranti sono i profeti di un mondo nuovo.

Intervista di Giacomo D’Alessandro per Suq Genova