Concorso in associazione terroristica e diffusione di notizie false. Con queste accuse venti giornalisti, tra cui quattro stranieri, dell’emittente Al Jazeera andranno a processo. L’incriminazione è basata sulla decisione del governo egiziano che il mese scorso aveva dichiarato i Fratelli Musulmani un’organizzazione terroristica. Alcuni giorni dopo quattro reporter del canale inglese dell’emittente vicina al movimento islamista vennero arrestati all’hotel Marriott del Cairo. 

Tra di loro c’è anche il pluripremiato giornalista australiano Peter Greeste e il suo collega di cittadinanza egiziana e canadese Mohammed Fahmi. I nomi dei 20 imputati non sono ancora noti ma questi quattro reporter sarebbero tra gli accusati assieme anche ad altri due cittadini britannici e un olandese. Inoltre la tesi dell’accusa sostiene che i giornalisti del canale del Qatar avrebbero creato una redazione al Marriott manipolando immagini e fotografie per aiutare i gruppi terroristici e influenzare l’opinione pubblica. Secondo quanto riportato dalla dichiarazione del procuratore, solo otto degli accusati sarebbero già in carcere mentre per gli altri dodici sarebbe stato emesso un mandato di cattura. Al momento Al Jazeera non ha rilasciato nessuna comunicazione ufficiale e ha specificato che gli avvocati manterranno il silenzio stampa.

Per la prima volta nella storia dell’Egitto dei giornalisti andranno a processo con l’accusa di terrorismo. Sotto la dittatura di Mubarak alcuni reporter egiziani vennero accusati di associazione terroristica, ma non andarono mai a giudizio. Quello che sta accadendo in queste ore è l’ennesimo segnale della repressione contro gli addetti all’informazione il cui lavoro è sempre più a rischio. In totale i giornalisti detenuti in carcere nel paese sono quaranta. Lo scorso luglio, subito dopo la deposizione del presidente Mohammed Morsi da parte dei militari, gli uffici del canale egiziano di Al Jazeera vennero chiusi. Ora il canale trasmette da Doha avvalendosi di alcuni collaboratori ancora al Cairo. Alcune settimane fa più di 40 reporter che lavorano in Egitto e rappresentanti diverse testate internazionali – tra cui Bbc, Cnn e Financial Times – hanno firmato una petizione per denunciare la detenzione dei colleghi. Parole che al momento non sono servite ad alleggerire l’azione del governo e che sono state completamente ignorate dalla stampa egiziana in lingua araba. La campagna mediatica pro militari, oltre ad aver aumentato in maniera esponenziale la popolarità dell’esercito, ha demonizzato i giornalisti di Al Jazeera e l’operato dei giornalisti stranieri, rei di dare un’immagine sbagliata e negativa della situazione politica egiziana.

Un bombardamento mediatico che sta provocando delle gravi conseguenze per chi lavora nell’informazione in questo paese. Secondo quanto riportato dal sindacato dei giornalisti egiziano, solo lo scorso 25 gennaio – durante gli scontri nel terzo anniversario della rivoluzione -19 reporter sono stati arrestati mentre 36 sono stati aggrediti. Alcuni di loro sono stati picchiati da gruppi di civili, altri detenuti, senza motivo, per ore nei commissariati. Il comitato per la protezione dei giornalisti nel suo report annuale, presentato lo scorso 30 dicembre, ha posizionato l’Egitto come il terzo paese più pericoloso per i giornalisti dopo Siria e Iraq. Il 2013 ha visto anche uno dei numeri più alti di giornalisti uccisi nella storia del paese: dodici morti di cui otto durante lo sgombero da parte dei militari del sit-in islamista di Rabaa el Adaweya e quattro mentre seguivano gli scontri tra polizia e manifestanti nel corso di tutto l’anno. Una situazione che, nonostante le garanzie sulla libertà di stampa contenute nella nuova Costituzione, non porterà grossi miglioramenti per l’Egitto. A causa dei frequenti attacchi contro i reporter, il Press Freedom Index, stilato ogni anno da Reporter Without Borders, posizione Egitto al 158esimo posto su 179 confermandosi uno dei paesi peggiori per la libertà di stampa ed espressione.