Messaggi in codice ancora tutti da decriptare, ore d’aria condite da annunci di strage e un detenuto enigmatico che sembra uscito fuori direttamente da un romanzo giallo. È una lunga fila di interrogativi quella lasciata dai nove mesi di colloqui in carcere tra Alberto Lorusso e Totò Riina. Il boss della Sacra corona unita pugliese a fare la “dama di compagnia” del capo dei capi ci finisce nell’aprile 2013. Il suo nome fa parte di una rosa di quattro detenuti in regime di 41-bis (oltre a lui, due camorristi e un affiliato alla ’ndrangheta) individuata dal Dipartimento amministrazione penitenziaria e proposta alla Procura nazionale antimafia. In via Giulia si sceglie di optare per Lorusso per due motivi: fa parte della Sacra corona unita, l’organizzazione criminale ritenuta più debole, ed è detenuto da più tempo rispetto agli altri tre.

Solo che Lorusso al 41-bis ci è finito nel 2011 con una motivazione davvero singolare: mentre era rinchiuso nel carcere di Cuneo, continuava a gestire il racket delle estorsioni nel Brindisino, facendo filtrare messaggi in codice all’esterno. Il suo talento nel cifrare le missive è uno dei maggiori enigmi su cui stanno lavorando in queste ore i pm che indagano sulla Trattativa Stato-mafia, che dall’agosto 2013 hanno deciso di intercettare Riina in carcere. La curiosità dei pm per la condotta carceraria del boss corleonese viene stuzzicata già alla fine del 2012, quando in procura arriva la prima lettera anonima che parlava di un attentato ai danni di Nino Di Matteo.

Una missiva strana, l’unica in cui l’anonimo estensore non si qualifica come un boss, parla con un linguaggio militare, rivelando che l’attentato avrebbe ricevuto anche il via libera del detenuto Riina. Alcuni mesi dopo sarà lo stesso boss di Corleone a lasciarsi scappare alcune strane confidenze con gli agenti del Gom (il Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria) durante le pause di un processo sulla Trattativa. È per questo che i pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene, decidono di piazzare videocamere e cimici nel carcere di Opera: solo che a quel punto Lorusso e Riina parlano già da cinque mesi.

Centinaia di “ore di socialità”, il prologo dei rapporti tra i due boss, non intercettate dai pm palermitani, che da quando piazzano le cimici si accorgono che gli incontri tra Riina e Lorusso si dividono in due momenti: nella prima parte, mentre stanno in una stanza chiusa, chiacchierano soltanto di calcio e giocano a carte, come fossero consapevoli di essere intercettati, mentre quando passeggiano nel cortile , si appartano nell’angolo più lontano, fermandosi più volte a parlottare sottovoce. È questo il momento che rivela la vera entità dei colloqui tra il capo dei capi e l’oscuro mafioso pugliese: minacce di morte esplicite per i pm, attentati da fare il più presto possibile, e anche inediti ricordi sulla stagione stragista.

Lorusso sembra comportarsi in maniera strana per essere un semplice esponente della Scu: è colto, preparato, incalza Riina con argomenti pertinenti, in certi casi completamente inediti. Inoltre sembrava che il destino del boss pugliese ad un certo punto fosse legato indissolubilmente a quello di Riina: nell’ottobre scorso dal Dap arriva la proposta (mai applicata) di trasferire i due detenuti nel carcere di Parma, lo stesso penitenziario in cui la cella di Bernardo Provenzano è rimasta per otto mesi priva di videosorveglianza, anche dopo che era stato segnalato il suo tentativo di suicidio. È a questo punto che nelle indagini dei pm è ricomparsa la pista che conduce al cosiddetto Protocollo Farfalla, l’accordo segreto per garantire il controllo del flusso di informazioni proveniente dalle celle, siglato una decina di anni fa tra Dap e Sisde.

Accusato di aver avuto rapporti opachi con gli apparati di sicurezza è Giacinto Siciliano, direttore del carcere milanese di Opera, sotto processo a Roma insieme all’ex dirigente del Dap Salvatore Leopardi, oggi in servizio come pm alla Procura di Palermo. Siciliano, dopo le prime esternazioni di Riina con gli agenti del Gom, aveva ipotizzato che il comportamento del boss fosse riconducibile soltanto a un “deterioramento cognitivo legato all’età”.

 

da Il Fatto Quotidiano del 23 gennaio 2014