“Io dissi che lo faccio finire peggio del giudice Falcone” Sono le ore 9 e 16  minuti del 16 novembre 2013 e con queste parole Salvatore Riina esplicita i suoi propositi di morte per il pm Nino Di Matteo. Ad ascoltarlo, nel cortile del carcere milanese di Opera, c’è Alberto Lorusso, l’enigmatico esponente della Sacra Corona Unita che con Riina condivide dall’aprile 2013 l’ora di socialità. Quelle parole però rimangono registrate dalle telecamere della Dia, che su ordine della procura di Palermo registra ogni frammento delle conversazioni che vanno in scena tra il capo dei capi e Lorusso. La mattina del 16 novembre, Riina passeggia nel cortile e racconta al detenuto pugliese di desiderare una nuova stagione stragista. “Qua c’è di fare tremare i muri” dice, e Lorusso subito acconsente “è così è così”. Le parole di Riina sono perentorie: ” E allora organizziamola questa cosa. Facciamola grossa e non ne parliamo più”. Poi ‘U curtu continua nella sua escalation di minacce: “Perché questo Di Matteo non se ne va, ci hanno chiesto di rinforzare, gli hanno rinforzato la scorta. E allora se fosse possibile ad ucciderlo, un’esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo”. Quindi apre a Lorusso il suo libro di ricordi dell’orrore. “Partivamo la mattina, da Palermo a Mazara , c’erano i soldati poverini in fila indiana a quel tempo . Era pomeriggio, tutti i giorni andare e venire, da Mazara” racconta riferendosi al fallito attentato contro l’allora commissario Rino Germanà il 14 settembre del 1992, mentre con l’operazione Vespri Siciliani il governo centrale ha mandato sull’Isola l’esercito per gestire l’ordine pubblico. “Ma chi hanno fatto spaventare a nessuno?”, ridacchia il boss. A quel punto Riina riavvolge indietro il nastro dei ricordi.  “Io gli ho fatto ballare la samba così, li ho fatti salire dai palazzi e scendere come fossero formiche”, dice mimando il gesto con la mano, riferendosi – secondo gli inquirenti – all’omicidio dell’allora procuratore di Palermo Rocco Chinnici nel 1983. Poi parla con Lorusso del 41 bis, il regime di isolamento che per il capo dei capi sarebbe il nuovo casus belli per tornare alla stagione delle stragi. “Questa è una condanna nel codice penale italiana che non può ingoiare nessuno: se io verrò tra mille anni io gli vengo a fare guerra per questo”  di Giuseppe Pipitone montaggio di Silvia Bellotti