Sull’albero completamente spoglio e rinsecchito, è rimasto appeso un caco. È lì da settimane, solo come un impiccato, che oscilla al triste vento di gennaio. Niente che lo faccia cadere, nessuno che si prenda la briga di coglierlo. L’albero è un caco vaniglia, la qualità più fine, è già prima che i frutti fossero per bene maturi era già stato diligentemente depredato dai ciclisti di passaggio e dai ragazzini che mettono su dei banchetti per venderli ai ciclisti troppo pigri per andarseli a prendere da soli. Ma quello non lo ha voluto nessuno, nessuno ha osato, resta lì a dondolare, neanche fosse un monito.

Mangiavo cachi da bambino, ora non più, e non sarò io a liberarlo dall’umiliazione di quella gogna. Mangiavo un caco ogni mattina alla sua stagione, lo andava a prendere mio nonno Garibà sull’albero nell’orto, facevamo colazione assieme quando in cucina non c’era ancora nessuno, mi svegliava per questo al buio delle cinque del mattino. Un caco vaniglia, un uovo scottato bevuto dal foro, lui un bicchiere e io un dito di vino. Perché crescessi forte e bene, per non mettere mai piede da un dottore, per stare insieme io e lui da soli senza le donne intorno a chiacchierare. Lui non parlava, mi guardava e bastava. È morto che andavo in prima media, senza mai essere stato malato un giorno solo. Ed è un bel po’ di tempo che io non voglio più crescere forte e sano, e voglio andare dai dottori, e voglio chiacchierare con le donne. E non toccherò mai più un caco vaniglia per quanto dura la mia vita.

Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 20 gennaio 2014