Lanciata qualche settimana fa dal voyeuristico Channel 4, la serie tv Benefits Street è l’ultimo colpo ben assestato contro la working class del Regno Unito.

Pedinando con la stessa protervia di un videoamatore che segue gli accoppiamenti degli animali nella savana  le vite di alcuni abitanti di un quartiere di Birmingham con la più alta percentuale di dipendenti dai sussidi pubblici, Benefits Streets si sofferma sullo squallore esistenziale dei protagonisti, sui sotterfugi di chi rifiuta le proposte di lavoro più umilianti, sui piccoli furti e truffe compiute per racimolare qualche sterlina, e in generale sull’arte di arrangiarsi dei poveri che – incredibilmente – resiste Oltremanica come nel Sud Europa e in tutti i paesi con forti diseguaglianze sociali.

Non è la passione antropologica né una sorta di empatia pasoliniana verso i più disgraziati ad animare gli autori, ovviamente. L’intenzione – rafforzata anche da stratagemmi nella sceneggiatura e da piccoli regali somministrati agli attori – è quella di inserirsi nel filone di criminalizzazione dei cosiddetti chavs: termine dispregiativo usato per descrivere la classe lavoratrice impoverita, i figli disoccupati dei minatori, gli operai senza titolo di studio che però indossano un cappellino Burberry contraffatto. I “tamarri”, per capirci, che in Inghilterra hanno finito col diventare capro espiatorio del collasso della Patria.

Non passa giorno, infatti, senza una prima pagina del Sun o del Daily Mail con la foto di un proletario on benefits arrestato per furto o omicidio, oppure una storia di scroungers – scrocconi – che vivono coi soldi dei poveri taxpayers, della hard-working people che obbedisce e si fa il mazzo. Queste sono le parole chiave del mantra conservatore al governo, dove tutto il male è da attribuire agli scansafatiche nazionali e agli immigrati pronti ad affondare il Regno. Una propaganda utile non solo a coprire le responsabilità e gli sprechi delle destre, ma soprattutto a giustificare l’attuale piano di privatizzazione del welfare, e l’incremento della repressione sociale.

Ma cosa può avere in comune questo modello di poverty porn con fiction lontane anni luce come Gli Anni Spezzati, prodotta dalla Rai – dove il commissario Calabresi è un martire e la Polizia si fa domande come: “Perché ci odiano?” –, o un reality come Il Boss delle Cerimonie, mandato in onda in questi giorni da Real Time – dove con sguardo “orientalista” si raccontano gli sfarzosi matrimoni della provincia napoletana?

Pur con evidenti divergenze di obiettivi, argomenti e soggetti chiamati in causa, questi sono i frutti più recenti di una guerra di classe non dichiarata che attraversa l’intero continente. Una guerra fatta di sfregi e vendette, che punta a calpestare anni di emancipazione e di conquiste. Se in Regno Unito è la classe dominante che ha studiato a Oxford o Cambridge a mettersi al servizio di baronetti e riccastri – dopo anni di stage costosissimi – per descrivere coi media una landa di abominio sociale, in Italia un apologo sugli “eroi” dei Settanta riesce a mettere in secondo piano, in un colpo solo, sia l’elemento neofascista di quegli anni, sia gli attuali responsabili del delitto Calabresi (Sofri e gli altri lottacontinuisti ora famosi), descrivendo così come “mostri” gli unici perdenti di quell’epoca: le minoranze anarchiche ed extraparlamentari. Parallelamente, chi racconta il Sud non ha problemi a farlo con un linguaggio favolistico, a tratti surreale, senza alcuna volontà di capire ma solo di suggerire – in questi tempi di crisi ecco come vive la grottesca borghesia periferica, il proletariato suburbano!

È, semplicemente, la Storia riscritta dai vincitori. Da chi ha le leve del vero potere, e può permettersi qualunque carognata.

 

Paolo Mossetti è uno scrittore napoletano che vive tra Londra e New York, collabora con Rolling Stone, Vice, Domus e altre riviste. Il suo blog è www.kaosreport.com