“Ci sono voluti tanti anni per attraversare il dolore in tutte le sue fasi, metabolizzarlo, e scegliere di far conoscere Rocco Chinnici non soltanto come magistrato di grande spessore professionale. Voglio raccontare il Rocco Chinnici uomo e padre. La sua umanità, la profonda generosità, la capacità di fare attenzione alle piccole cose e soprattutto il padre sempre presente per noi figli, che ci ha trasmesso quei valori che hanno consentito di ricostruirci una normalità anche dopo la sua morte”. A parlare è Caterina, primogenita del magistrato Rocco Chinnici, ucciso dalla mafia il 29 luglio 1983 a Palermo, in via Pipitone Federico. Una Fiat 127 imbottita di tritolo esplode di fronte alla sua abitazione lasciandolo a terra insieme agli uomini della scorta e al portiere dello stabile dove viveva. Da quel giorno la vita di Caterina e di tutta la famiglia Chinnici è cambiata irrimediabilmente.

“L’impatto della morte di mio padre sulla nostra famiglia fu di assoluto disorientamento – racconta Caterina – Non percepimmo subito ciò che era accaduto. E lo stordimento è continuato anche nei giorni successivi. Allo smarrimento è seguita la rabbia, l’incredulità. Ci chiedevamo perché. Non riuscivamo ad accettare che una persona come mio padre, che lavorava per il bene comune, fosse stata uccisa così. Con il tempo abbiamo metabolizzato il dolore che nel frattempo è diventato un compagno di vita e si è trasformato in forza”. Da quel giorno di luglio la famiglia Chinnici ha mantenuto grande riserbo, vivendo la propria sofferenza in silenzio, con dignità e contegno. Dopo 30 anni, però, Caterina ha deciso che era arrivato il momento di raccontare suo padre e l’ha fatto con il libro “E’ così lieve il tuo bacio sulla fronte” (edizioni Mondadori, 144 pagine € 16,50). Perché Rocco Chinnici non è stato solo il magistrato che ha combattuto la mafia, riunendo sotto la propria guida i giudici Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Giuseppe Di Lello e dando quindi vita al primo pool antimafia, ma anche un uomo affettuoso e generoso che la salutava ogni volta con un bacio sulla fronte.

“Sicuramente quel bacio, leggero e appena accennato che anche da adulta ha continuato a darmi, è uno dei ricordi più belli. Era il suo modo per dirmi che mi voleva bene. Un altro episodio significativo che non dimenticherò è stato quando ho fatto il concorso in magistratura. Non si è allontanato un attimo. È rimasto tre giorni con me a condividere quel momento. Se sono diventata magistrato è perché papà mi ha trasmesso l’amore e la passione per la giustizia. Ne è sempre andato fiero. Anche se, quando sono cominciate le minacce per lui, non voleva che io facessi il giudice a Palermo perché si rendeva conto del rischio”.

Rocco Chinnici confida a Paolo Borsellino di avere la “religione del lavoro”. E in effetti il suo impegno costante lo porta anche a trascurare la famiglia. Ma non avrebbe mai accettato di essere chiamato “eroe”. “Mio padre era un uomo molto semplice – continua Caterina – Comprendeva l’enorme responsabilità della sua attività e il rischio che comportava. Il suo era un impegno di cittadino che credeva in quei valori e si adoperava per la propria terra. Per questo non gli sarebbe piaciuto esser chiamato ‘eroe’. Per lui era normalità”. A casa il giudice parla poco del suo lavoro. Ma quando lo fa, racconta ai figli l’oppressione che la mafia esercita in Sicilia. “Ci diceva che la criminalità stava comprimendo i diritti dei cittadini, impedendo lo sviluppo economico, culturale e sociale della nostra terra”.

Caterina Chinnici segue le orme del padre. Anche lei oggi è magistrato, capo dipartimento per la giustizia minorile di Roma, in prima linea nella lotta alla mafia e da tempo sotto scorta. “La criminalità organizzata non è stata ancora sconfitta. Dobbiamo continuare a lavorare tanto per contrastare una mafia che, come diceva sempre mio padre, ha una capacità straordinaria di trasformarsi rimanendo se stessa. Oggi non è più militarizzata, ma sappiamo che è riuscita a inserirsi in diversi contesti della nostra società confondendosi con essa e rendendo più difficile la sua individuazione”.

Magistratura e forze dell’ordine combattono ogni giorno per contrastare i clan. C’è però un lavoro culturale da continuare, soprattutto tra i giovani. “La vera vittoria sulla mafia avverrà con un definitivo cambiamento della mentalità. Oggi fortunatamente avvertiamo una sensibilità diffusa tra la gente. Abbiamo visto manifestazioni bellissime in questi ultimi anni: a Caltanissetta i ragazzi sono scesi in strada a fare da scorta civica ai magistrati che avevano subito minacce. Il fatto che i giovani abbiano avuto questa reazione, autonoma e genuina, mi riempie di speranza”.