Tutti la vogliono, ma alla fine fra i quattro litiganti italiani a godere forse sarà lo straniero. Una cosa però è certa: ad accogliere il relitto della Costa Concordia, a meno di veri e propri miracoli, non sarà Piombino. Il porto più vicino al luogo del naufragio, infatti, non ha ancora iniziato i lavori di ristrutturazione per riuscire ad accogliere il gigante di 300 metri che avrà bisogno di un fondale di 20 metri. Lavori che normalmente possono richiedere anche due o tre anni. E venerdì 10 gennaio Franco Gabrielli, capo della protezione civile e commissario per l’emergenza, ha fissato una deadline per il trasferimento che lascia poche speranze: giugno 2014 (leggi). La scelta del porto da parte di Costa crociere, che per il recupero ha messo di tasca sua 600 milioni di euro, invece è prevista già per marzo 2014. “E’ molto difficile che Piombino ce la faccia per quella data”, spiega a ilfattoquotidiano.it il comandante Angelo Roma, consulente nelle operazioni di recupero della nave all’isola del Giglio e presidente di Assonautica a Livorno. “Si dovrebbe lavorare 24 ore al giorno, sabati e domeniche incluse”.

La delibera ‘dimenticata’ di Mario Monti
Eppure da subito si era guardato a Piombino come l’approdo naturale del relitto, favorito anche dalla presenza delle acciaierie che avrebbero aiutato a smaltire, con una filiera corta, le 75mila tonnellate di metallo della Concordia. Oltre a Enrico Rossi, governatore della Toscana, grande sponsor della cittadina toscana era anche Corrado Clini, ministro dell’Ambiente del governo Monti. Era stato proprio Mario Monti l’11 marzo 2013, da premier dimissionario, a emanare una delibera che scatenò le polemiche delle altre città: “Il commissario è autorizzato, previa verifica della fattibilità e della convenienza dell’operazione, in accordo con i Ministri dell’Ambiente e delle Infrastrutture, ad adottare tutti i provvedimenti necessari a consentire il trasporto della Concordia presso il porto di Piombino per lo smantellamento”.

Uno stile da azzeccagarbugli quello di Monti, ma il messaggio tra le righe era chiaro. “E’ un provvedimento sempre valido”, spiega il comandante Roma. “Se Piombino è pronta, la nave va lì. E anche se Costa crociere si opponesse, c’è una firma di un premier e non si può disattenderla, anche perché la Concordia, considerata un rifiuto speciale, per legge europea va portata nel porto più vicino al Giglio”. Eppure da quella firma di Monti a oggi a Piombino non si è mossa una ruspa. La pratica per i cantieri, nonostante l’urgenza e gli oltre 100 milioni stanziati da Stato e Regione, si è infatti arenata al Consiglio superiore dei lavori pubblici (Cslp), l’organo tecnico del ministero. Lì a fine dicembre c’è stato un rinvio al 14 gennaio 2014 della seduta che dovrebbe dare per il via ai cantieri.

Nella cittadina qualcuno sente puzza di complotto, in ballo ci sono 300 posti di lavoro per due anni e l’affare fa gola a molte città. Il presidente del porto toscano, Luciano Guerrieri ha promesso tre turni di lavoro per finire in tempo: “Sappiamo di potercela fare, ma sappiamo che non sarà facile”, ha spiegato. Angelo Roma tuttavia è scettico: “Se anche il 14 gennaio il Cslp dà l’ok per i cantieri, come potrà a marzo (momento della scelta, ndr) Costa crociere essere sicura che in tre mesi Piombino sarà disponibile?”.

Palermo in pole position tra le italiane
Se Piombino saltasse, Costa crociere avrebbe mano completamente libera nella scelta. In Italia la favorita dovrebbe essere Palermo. “Sarebbe pronta e non avrebbe bisogno di lavori. Civitavecchia e Genova invece qualche milione dovrebbero spenderlo e bisogna capire chi glieli stanzierebbe”, conferma il comandante Roma. Il sindaco Leoluca Orlando candida la sua città: “L’amministrazione – ha detto il 10 gennaio – ha già posto la candidatura del cantiere navale di Palermo, dove ci sono già le condizioni strutturali e professionali per svolgere da subito i lavori”. Amministratori e parlamentari locali delle altre sedi candidate si stracciano le vesti a sostegno dei loro rispettivi scali. “Ospitiamo l’eccellenza in materia di riparazioni navali”, ha detto il 10 gennaio Luigi Merlo, presidente dell’autorità portuale di Genova. “Il porto di Civitavecchia ha un fondale di diciotto metri, caratteristica che nessun’altra struttura possiede”, spiegava invece nelle scorse settimane il senatore Francesco Giro del Pdl, dimenticando che in realtà Civitavecchia arriva solo a 16 metri di pescaggio e non a 18.

Eppure anche l’ipotesi Palermo potrebbe saltare, e con lei quella italiana. In un documento redatto dalla Fincantieri, proprietaria dei bacini palermitani e inviato al ministero dello Sviluppo economico, il destino del gigante dei mari, naufragato esattamente due anni fa, potrebbe essere già segnato. “I lavori di demolizione – si legge nel documento scovato alcuni mesi fa dal Corriere della sera, che parla anche di contatti già in corso di Costa con un cantiere straniero – provocherebbero per lunghissimo tempo il blocco di ogni attività di cantiere e costringerebbero a collocare in cassa integrazione straordinaria parte delle proprie maestranze e contemporaneamente a fare ricorso a centinaia di risorse esterne specializzate in demolizione navale”. Fincantieri inoltre costruisce navi anche per Costa crociere: bloccare i bacini di Palermo per due anni con la Concordia potrebbe dunque danneggiare le commesse dell’armatore.

La pista turca
Ad ogni modo, ad avvantaggiarsi del campanilismo e della burocrazia italici potrebbe essere un porto straniero: qualche mese fa Costa ha opzionato per 30 milioni l’utilizzo della Vanguard, una nave coreana su cui sarà possibile caricare il relitto e portarlo teoricamente in capo al mondo. In lizza tra le candidate ci sono un porto in Inghilterra, uno in Francia, uno in Norvegia, uno in Cina e ben quattro in Turchia. Tra questi c’è anche Aliağa, che secondo alcuni è la vera favorita della corsa, un cimitero delle navi a basso costo e familiare per Costa. Nella città sull’Egeo, infatti, l’armatore ha recentemente demolito anche la sua Costa Allegra, il transatlantico che si incendiò in mezzo all’oceano poche settimane dopo l’incidente al Giglio (leggi). Ad Aliağa inoltre è stata demolita anche la carcassa del Moby Prince, il traghetto diretto a Olbia incendiatosi la sera del 10 aprile 1991 in rada a Livorno (leggi). E forse è anche un po’ destino che le tragedie italiane del mare finiscano lì.