“Aiutatemi, per piacere. Non ce la faccio più a comprare in strada ciò che il mio ospedale dovrebbe garantirmi. In Friuli è già tutto pronto, la legge è passata, i farmaci sono già disponibili, ma non c’è nessun medico che, prevalentemente per questioni ideologiche, voglia prescrivere nulla, pure se uno ha tutti i requisiti”. Lo sfogo è quello di Andrea, uno dei tanti nella pioggia di post lasciati sul blog dell’associazione “LapianTiamo, il sito dei fondatori del primo e unico Cannabis social club d’Italia in provincia di Lecce. Poche righe, in cui si rispecchia il calvario di quasi tutti i malati che si curano con la canapa medicinale. Per loro, il ricorso al mercato nero è diventato, loro malgrado, tappa necessaria. Le alternative sono vie sbarrate dalla troppa burocrazia, dalla poca conoscenza, dai costi esorbitanti. È l’altra faccia della medaglia, quella più sofferta e meno nota, del dibattito sulla liberalizzazione della cannabis.

Non è vietato, si sa, il suo uso a scopi terapeutici. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo una corsa ad ostacoli per l’ottenimento della prescrizione medica, per trovare una farmacia che fornisca i medicinali, per sostenere spese proibitive per le tasche dei malati. “A migliaia di loro non resta che la piazza clandestina, con gravi conseguenze legali per ognuno. L’unica via d’uscita è la coltivazione in casa della canapa, attività considerata fuorilegge in Italia”. Lucia Spiri scandisce le parole, ad una ad una, perché possano rimanere in testa. È da una idea sua e di Andrea Trisciuoglio che, un anno fa, è nato il primo- e al momento unico- Cannabis social club d’Italia, a Racale, in provincia di Lecce. Sono loro i fondatori de “LapianTiamo”, entrambi affetti da sclerosi multipla e attualmente in cura con il Bedrocan, medicinale a base di inflorescenze di canapa, da cui hanno tratto evidenti benefici. Il loro obiettivo è promuoverne l’uso terapeutico attraverso la coltivazione diretta. È il senso delle proposta di legge presentata il 6 giugno scorso a Roma, assieme alla parlamentare radicale Rita Bernardini, presidente ad honorem dell’associazione. La richiesta è di un cambio di passo nella normativa, perché si autorizzi l’approvvigionamento della marijuana, per chi ne ha diritto e bisogno, senza trafila, ma tramite i Cannabis Social Club.

In quello inaugurato in provincia di Lecce, il progetto sociale è affisso sul muro: 30mila euro il preventivo di spesa per dotare un capannone dell’illuminazione e di quanto occorre per la piantagione, l’essiccamento e la lavorazione delle piante. Le battaglie sono di prospettiva, ma anche quotidiane. All’organizzazione no profit aderiscono duecentocinquanta soci sostenitori e altrettanti soci usufruitori, da tutta Italia. Attraverso il portale web, si raccolgono le esperienze e le richieste, si unificano le voci. Lucia lo rimarca: “Diamo informazioni che si fa fatica a rintracciare, soprattutto su come poter reperire i farmaci e trovare un medico che firmi una prescrizione”. Ci sono difficoltà enormi anche in una regione come la Puglia, in cui dal 2010 la cura lenitiva per i malati oncologi o affetti da sclerosi multipla e a spese del servizio sanitario pubblico, che sborsa, da pochi mesi a questa parte, 15 euro a grammo al posto dei precedenti 8 euro, nonostante prima il medicinale arrivasse dall’Olanda e oggi venga reperito su base nazionale. Altrove, lo scenario è esasperato dal fatto che i pazienti sono costretti a metter mano al proprio portafogli, con cifre da capogiro, pari a 35 euro per ogni grammo di canapa terapeutica.

Tradotto, significa che i costi annuali di chi vorrebbe utilizzarla si aggirano intorno agli 11.700 euro, per chi necessita di un grammo al giorno, fino ad arrivare ai 40.000 euro per chi ne ha bisogno di tre. È anche per questo che le porte del mercato parallelo sono spalancate. Eppure, per ogni malato, il primo, più assurdo, scoglio da superare resta il pregiudizio di fondo. “La sostanza è stata criminalizzata- spiega Lucia – e questo intimorisce o intimidisce i camici bianchi, che nella gran parte dei casi non vogliono aver nulla a che fare con noi o, ancora peggio, sviano i pazienti, imbottendoli di altri farmaci dagli enormi effetti collaterali. È per questo che abbiamo bisogno della svolta. Per il momento, abbiamo sì trovato il sostegno della Regione Puglia, dell’Asl di Lecce, dell’Università del Salento, ma i limiti continuano ad essere ancora tanti, troppi. E i malati hanno urgenza”.