È stato Papa Francesco, qualche mese fa, a proclamare “venerabile” (un passo per poi arrivare a essere dichiarato santo) Giuseppe Lazzati, un personaggio di cui Milano dovrebbe mantenere memoria. Strano tipo di intellettuale e politico cattolico, Lazzati, lontano mille miglia dagli ambienti opusdeisti e ciellini che hanno prodotto tanti dei politici cattolici sulla scena negli ultimi decenni. Si laurea in Lettere classiche all’Università Cattolica di padre Agostino Gemelli nel 1931, a soli 22 anni, e si avvia verso la carriera accademica. Nel 1935 è docente incaricato di Letteratura cristiana antica, nel 1958 diventa ordinario. Nel 1968, in piena contestazione studentesca, viene scelto come rettore della Cattolica.

Nel frattempo, però, aveva percorso anche altre strade. Quella dell’impegno religioso e quella dell’impegno politico. Sempre distinti e sempre fortemente intrecciati. Dal 1934 al 1945 è presidente diocesano della Giac, la Gioventù Italiana di Azione Cattolica. Nel 1939 fonda l’organizzazione di laici consacrati “Milites Christi”, che dedicano la vita a Dio pur vivendo integralmente dentro il mondo. Durante la Seconda guerra mondiale è tenente degli Alpini, divisione Tridentina. Dopo l’8 settembre 1943 rifiuta il giuramento alla Repubblica Sociale, viene arrestato a Merano e internato nei campi di concentramento nazisti: prima a Rum nei pressi di Innsbruck, poi a Doblin in Polonia, infine in Germania, a Oberlangen, Sandbostel e Wietzendorf.

Quando rientra in Italia, nell’agosto del 1945, viene subito coinvolto da Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira nella ricostruzione della vita civile del Paese. I tre si erano conosciuti nei primi anni Quaranta, quando sotto la guida carismatica di Dossetti avevano fatto gruppo e si erano anche dati un nome, “Civitas Humana”. I “professorini” della Cattolica che si riunivano a Milano ogni venerdì sera si ritrovano dopo la guerra e, benché abbiano più d’un contrasto con Alcide De Gasperi, leader della nascente Democrazia cristiana, accettano di candidarsi all’Assemblea costituente.

È per loro il periodo più fecondo, in cui collaborano a scrivere la prima parte della Costituzione, quella dei principi fondamentali che avrebbe dovuto guidare la rinascita del Paese. Poi Lazzati accetta la candidatura nella Dc per la prima legislatura (1948-1953), viene eletto deputato, ma la linea sua e di Dossetti viene sconfitta dentro il partito democristiano. I “cattolici democratici” animano una profonda critica al “cristianesimo borghese” della Dc di De Gasperi e poi, sconfitti, tornano all’impegno fuori dal partito. L’arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, lo convince ad accettare la direzione del quotidiano cattolico L’Italia (1961-1964). Poi è a lungo rettore della Cattolica, fino al 1983.

Proprio nella sua università assisterà alla crescita di Comunione e liberazione, che egli riteneva un movimento “integrista”, incapace di tenere distinti il piano della “città dell’uomo” e quello della “città di Dio”. Negli ultimi anni della sua vita, tornato alla formazione della cultura politica, fonda un movimento che chiama, appunto, “Città dell’uomo”, con Leopoldo Elia, Giuseppe Glisenti, Giorgio Pastori, Cesare Trebeschi e tanti altri. La Costituzione resta il suo orizzonte. Non farà in tempo ad assistere agli attacchi forsennati a cui la Carta sarà sottoposta: muore a Milano nel maggio del 1986, a 77 anni.

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Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2014