Una nave danese ancorata davanti al porto di Latakia. È la fase cruciale del programma di smantellamento degli arsenali chimici del governo siriano, rinviato varie volte per problemi tecnici e per i combattimenti, e finalmente iniziata. I materiali chimici sono stati trasportati da due diversi depositi fino al porto sul Mediterraneo e da lì trasbordati su una nave danese, che dovrebbe poi passarli a una nave statunitense dove verranno distrutti.

La notizia dell’avvenuto trasferimento fuori dal territorio siriano è stata data dall’Onu e dalla Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW), ma si tratta solo del primo trasferimento di una serie ancora imprecisata. Il portavoce dell’OCPW, Ahmet Uzumcu, ha infatti incoraggiato il governo siriano a non fermarsi e a continuare a “rimuovere in modo rapido e sicuro i restanti materiali, in modo che possano essere distrutti, fuori dalla Siria, nel minor tempo possibile”. Sigrid Kaag, portavoce della missione congiunta Onu-Opcw che supervisione l’intera operazione, ha dichiarato all’emittente panaraba Al Jazeera che, nonostante i ritardi, è positivo il fatto che il governo siriano stia collaborando: “È il primo di una serie di passi che le autorità siriane devono compiere – ha detto Kaag in una intervista –. Per assicurarci che tutti gli agenti chimici pericolosi siano rimossi dal paese”.

L’operazione internazionale per la distruzione degli arsenali chimici è stata accettata da Damasco, sulla base della risoluzione 2118 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, dopo la crisi innescata dall’attacco chimico con il gas sarin dello scorso 21 agosto. L’attacco, su cui c’è stata una indagine dell’Onu che però ne ha solo accertato la dinamica, senza indicare responsabilità, ha spinto il governo di Damasco ad accettare un accordo, mediato da Mosca, per la distruzione degli arsenali chimici entro il giugno di quest’anno. Il governo siriano ha sempre respinto le accuse e anzi ha accusato i ribelli di aver usato il sarin, che secondo l’Onu è stato impiegato altre volte nel corso dei quasi tre anni di guerra civile. La prima fase della rimozione dei materiali avrebbe dovuto avere luogo già entro la fine del 2013, ma il ritardo è stato dovuto, secondo l’OPCW alla situazione nel paese, sempre più deteriorata per la guerra tra le opposizioni armate e le truppe governative, oltre che per gli scontri intestini tra le opposizioni stesse.

La sicurezza della nave danese carica di materiali pericolosi viene garantita da una squadra navale internazionale composta da navi cinesi, norvegesi e russe, oltre che danesi. La fase successiva dell’operazione, peraltro coinvolge l’Italia: la nave danese infatti deve dirigersi nelle acque italiane per incontrare la nave militare statunitense Cape Ray, che ha l’equipaggiamento e l’attrezzatura per distruggere i composti pericolosi. E la scelta di compiere l’intera delicatissima operazione in mare aperto è stata resa necessaria dal fatto che nessuno dei paesi consultati dall’OPCW ha dato la propria disponibilità a compierla sul proprio suolo. Cosi come avvenuto per il trasporto verso Latakia, probabilmente la notizia della distruzione dei materiali sarà divulgata solo a operazione compiuta, per cercare di ridurre al minimo i rischi per la sicurezza internazionale.

di Joseph Zarlingo