Non tutte le spending review riescono col buco. I dipendenti pubblici che per una legge di tre anni fa hanno avuto i loro stipendi “tagliati”, ricorrendo alla giustizia amministrativa, oggi potrebbero vedersi rimborsati. Con lo Stato che dovrà pagare loro pure gli interessi, come ha sancito una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna dopo il ricorso presentato proprio da un giudice amministrativo che ha così ottenuto la restituzione dei tagli. 

La manovra economica del 2010, approvata nel luglio di quell’anno dal quarto Governo Berlusconi (l’ultimo dell’era del Cavaliere di Arcore), fu tra le prime a prevedere una razionalizzazione dei costi della pubblica amministrazione, con tagli agli stipendi, soprattutto a quelli più corposi, anche se limitati nel tempo. Venne approvata, è scritto nel testo della legge, “in considerazione della eccezionalità della situazione economica internazionale e tenuto conto delle esigenze prioritarie di raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica concordati in sede europea”. Sono le parole dell’articolo 9 di quella legge, la numero 122, che proseguiva poi spiegando a quale percentuale di decurtazione sarebbero incappate le mensilità dei “paperoni” della pubblica amministrazione, a seconda di quanto percepito annualmente.

Peccato che nell’ottobre del 2012 a quelle direttive la Suprema corte pose il veto dell’incostituzionalità. Per la Consulta, infatti, “il tributo imposto determina un irragionevole effetto discriminatorio”.
 In fondo era poca cosa il sacrificio richiesto: una riduzione dei super-stipendi, compresa tra il 5 e il 10 per cento, e per un tempo limitato: “a decorrere dal primo gennaio 2011 e sino al 31 dicembre 2013“. Ciò però non impedisce che oggi, chi allora subì l’incostituazionaltà di quel trattamento, chieda indietro allo Stato il maltolto.

Poco prima di Natale presso il Tribunale amministrativo dell’Emilia Romagna, sede distaccata di Parma, è stato così depositata la sentenza relativa al ricorso presentato da un magistrato che ha ottenuto “il riconoscimento, del diritto alla percezione del trattamento retributivo nella sua interezza”. Il Tar nel medesimo dispositivo, ha accolto inoltre “la domanda di condanna dell’Amministrazione alla corresponsione delle relative somme maggiorate degli interessi legali”, mentre ha risparmiato alla pubblica amministrazione il pagamento di ulteriori “somme a titolo di danno da svalutazione monetaria”.

In ogni modo la beffa c’è stata. Alle casse dello Stato non solo non verrà risparmiato di pagare l’intero stipendio al magistrato, ma questi potrà godere pure degli interessi. Il ricorrente faceva parte di quei pubblici dipendenti, “quadri dirigenziali”, le cui retribuzioni venivano divise in due fasce. La prima era composta da chi guadagnava dai 90 ai 150 mila euro lordi annui, e a questi veniva decurtato il 5 per cento dello stipendio; la seconda da chi percepiva oltre 150 mila euro, tagliati del 10 per cento.

Denari che chi vorrà oggi potrà vedersi restituiti, semplicemente facendo ricorso al Tar. Come nel caso del magistrato che abbiamo raccontato. Questi – oggi in servizio presso il Tribunale amministrativo della Campania – ha lavorato precedentemente proprio per la sede distaccata di Parma del Tar dell’Emilia Romagna; la stessa che oggi ha sancito la bontà del suo ricorso, facendogli riavere il suo stipendio per intero.