L’impressione è di essere tornati al 22 aprile scorso, quando il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – nel suo discorso di reinsediamento alle Camere – continuava a dare frustate ai partiti che non avevano fatto una riforma che fosse una e quelli lì davanti che continuavano ad applaudire come se fossero dei passanti. Ri-ecco il Capo dello Stato che bacchetta i partiti, ma questa volta a sostenerlo c’è anche il presidente del Senato Pietro Grasso. I criteri indicati dal Colle “siano rigorosamente rispettati”, dice Grasso, o “non esiterò a dichiarare improponibili, per estraneità della materia, emendamenti di qualunque provenienza, anche se presentati dai relatori o dal governo o già approvati dalla Commissione con i pareri favorevoli dei relatori e del Governo”.

Il capo dello Stato, finite cene e pranzi di Natale, ha puntato il dito sull’uso smodato dei decreti legge che spesso finiscono per diventare ricettacolo per qualsiasi cosa passi per la testa dei parlamentari. Per questo stesso motivo, dopo il pressing di Napolitano, il governo aveva rinunciato al dl salva Roma. E così accade che il primo ad applaudire sia Luigi Zanda, capogruppo del Pd al Senato: “Il richiamo del presidente Napolitano è da condividere dalla prima all’ultima parola” dice. Veramente Napolitano diceva a tutti, Pd compreso. Ma anche al governo e alla maggioranza che nei giorni precedenti a Natale avevano farcito il decreto Salva Roma perfino con una norma pro-slot machines (poi ritirata perché Renzi è insorto dopo la segnalazione dei deputati Cinque Stelle).

Non solo: l’obiettivo nel quadro di quella che il Colle definisce “collaborazione istituzionale” sono anche i presidenti di Senato e Camera Piero Grasso e Laura Boldrini: bisogna, dice il capo dello Stato, “valutare l’ammissibilità degli emendamenti riferiti ai decreti legge, a criteri di stretta attinenza allo specifico oggetto degli stessi e alle relative finalità, anche adottando – se ritenuto necessario – le opportune modifiche dei regolamenti parlamentari”. Quindi prima di aggiungere – come accaduto alle misure che servono a salvare – 10 articoli per un totale di 90 commi, bisogna mettere in campo il “massimo rigore”. Certo, fosse la prima volta. Invece, ricorda Napolitano, nel febbraio del 2012 il Quirinale aveva già inviato ai presidenti delle Camere una lettera nella quale avvertiva che “di fronte all’abnormità dell’esito del procedimento di conversione non avrei più potuto rinunciare ad avvalermi della facoltà di rinvio, pur nella consapevolezza che ciò avrebbe potuto comportare la decadenza dell’intero decreto legge, non disponendo della facoltà di rinvio parziale”. 

La conclusione è che le parole di Napolitano oscurano in parte il lavoro fatto in consiglio dei ministri, da dove peraltro è di nuovo scivolato via il provvedimento sulla Tasi. La riunione del governo ha innanzitutto corretto proprio ciò che Napolitano aveva bloccato nel caos della vigilia di Natale. Le norme essenziali del “Salva Roma” sono quindi finite nel decreto Milleproroghe: ci sono testi di materia fiscale per sostenere il bilancio del Comune di Roma, ma anche le misure per eliminare i cosiddetti “affitti d’oro”. Ma, appunto, la “scottatura” di un decreto che non ha mai visto la luce in Parlamento (circostanza più che rara) si fa sentire anche nell’intervento in conferenza stampa del presidente del Consiglio Enrico Letta che il pasticcio di Natale ha reso evidente come “in questo Paese sia essenziale una riforma complessiva del procedimento legislativo” che deve essere fatta “nel 2014”. Secondo Letta l’attuale “procedimento legislativo non è più quello di una democrazia moderna”. 

Fin qui i problemi del metodo (che peraltro le stesse forze politiche potrebbero mettersi a cambiare già domani e in un quarto d’ora). Quanto al merito il consiglio dei ministri ha varato, dice Letta, un “complesso intervento per salvare i finanziamenti dei fondi strutturali” che altrimenti si sarebbero persi. Si tratta di una riallocazione di fondi per 6 miliardi e 200 milioni.  “Con questa operazione – ha spiegato Letta – abbiamo voluto raggiungere alcuni obiettivi: evitare di buttare via i fondi europei, concentrarci sul disagio sociale maggiore, intervenire per sostenere la ripresa economica. E’ un’operazione con cui non si distolgono soldi dal Sud”. “Questo intervento, che non è un attonormativo ma amministrativo – ha spiegato Letta – assegna 2,2 miliardi a sostegno delle imprese, 700 milioni a misure a sostegno del lavoro e dell’occupazione, 300 milioni a misure per il contrasto alla povertà e 3 miliardi a misure a sostegno delle economie locali”. Letta ha poi specificato che “di questo complesso di 6,2 miliardi, 1,2 miliardi riguardano la questione del credito alle imprese che è già stata messa in legge di Stabilità”, mentre “tutto il resto è costruito ex novo attraverso una riallocazione dei fondi”. Letta ha anche annunciato che “un miliardo di nuove risorse vanno all’auto-imprenditorialità, in particolare giovanile“.

Povertà e lavoro, poi, sono in cima all’agenda di lavoro del governo. Gli interventi 2014 di contrasto alla povertà saranno di 800 milioni: ne sono stati “recuperati” 300 che si aggiungono ai 500 già stanziati a questo fine. L’esecutivo stanzia poi 700 milioni per misure a sostegno del lavoro e dell’occupazione: 150 milioni vanno per le decontribuzione dell’occupazione giovanile, 200 per l’occupazione femminile e per i più anziani e 350 per interventi a sostegno della ricollocazione dei disoccupati. Infine, per quel che riguarda il capitolo dedicato all’economia locale si andrà a sostenere il piano 6mila campanili, i settori dell’ambiente e del turismo, la promozione dell’Expo e una serie di interventi sugli edifici scolastici.