Di “civil partnership” ha parlato Matteo Renzi durante la campagna elettorale per le primarie. Poi un accenno sul tema all’assemblea nazionale a Milano, fino alla proposta al Senato di Pd e Scelta Civica in materia di unioni civili. Manca la versione definitiva del neosegretario del Partito Democratico, ma sulla proposta di legge presentata a Palazzo Madama (sì alla pensione, no al diritto all’adozione), si è aperto il dibattito. Dopo il commento del nostro blogger Matteo Winkler, avvocato ed esperto di diritti LGBT, ospitiamo l’intervento di Giuliano Gasparotti, responsabile nazionale area Diritti Civili di Scelta Civica:

Dinanzi a un ritardo trentennale, è comprensibile l’indignazione di chi per il diritto italiano non esiste. Discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale che ledono la dignità della persona ed il diritto che ciascuno ha a essere felice riappropriandosi del proprio futuro. Diritto, non a caso, per un deficit di cultura liberale, estraneo (ma non incompatibile) alla nostra Costituzione che al più parla di uguaglianza, formale e sostanziale, comunque ad oggi negata. Felicità e libertà di essere sé stessi che in Italia sono inesistenti per una parte dei propri cittadini. Cosa c’è, tuttavia, di vero e di falso in chi afferma che le Civil Partnership costituirebbero un attacco proprio a quella dignità che intendono tutelare?

Tre sono i nodi: il metodo e gli obiettivi; il diritto europeo; la Costituzione. L’obiettivo deve essere chiaro: uscire dall’ombra ed abbattere un muro che non è solo quello del silenzio che avvolge tali temi, ma anche dell’incapacità di trovare delle soluzioni concrete che diano risposta ai bisogni di milioni di persone. Dialogo e metodo laico, pragmatico, sono le armi più potenti per ottenere dei risultati. I polveroni, le polemiche ideologiche producono un solo effetto: mantenere le cose come stanno e protrarre queste ingiustizie che producono sofferenza e morte ancora per chissà quanto tempo.

“Il diritto di sposarsi e di costituire famiglia sono garantiti dalle leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio”: questo è quanto afferma nero su bianco l’articolo 9 della Carta europea dei diritti fondamentali. Da anni lettera morta, come lo è parte della direttiva 2000/78 contro le discriminazioni, questo diritto si può esercitare in due modi: o estendendo il matrimonio alle coppie gay oppure creando un contratto ad hoc, dello stesso livello, che attribuisca diritti e doveri identici. La giurisprudenza europea, anche grazie ad una recentissima sentenza, equipara in tutto gli effetti e crea un enorme problema giuridico all’unico Paese, il nostro, che, come denunciato dal Presidente della Consulta, Gallo, ha un vuoto normativo in materia che il Parlamento deve affrontare. Della serie: la politica non può più, come in passato, chiudere gli occhi (come fatto dai vari Casini e Binetti) oppure rinviare nel tempo perché ci sono altre emergenze da affrontare (tesi molto comune specie a sinistra). Irene Tinagli, deputata di Scelta civica, ha presentato forse il migliore dei progetti possibili di Civil Partnership, alla Camera, mentre al Senato l’impulso è stato dato dai senatori Marcucci (Pd) e Lanzillotta (Sc) sulla base del forte richiamo fatto da Matteo Renzi neo eletto Segretario democrat.

C’è anche un ruolo fortissimo del governo, perché è vero che il Parlamento fa le leggi ma è ancora più vero che il principale potere di iniziativa legislativa, che gode di più di una corsia preferenziale, è proprio nelle mani, oggi, di Letta e dei suoi ministri che non possono lavarsene le mani soprattutto perché (se) avranno la responsabilità, tra sei mesi, di presentare l’Italia alla guida proprio di un’Europa che continuamente ci richiama per le violazioni dei diritti umani e civili.

La Costituzione, così come riconosciuto dalla Consulta, favorisce la piena uguaglianza tra i cittadini ma riconosce nel matrimonio, secondo una consolidata interpretazione, l’unione tra uomo e donna. Ostacolo non insormontabile che per essere rimosso richiederebbe i tempi lunghi di una revisione, mentre esiste un’urgenza nel dare risposte concrete proprio alle coppie dello stesso sesso che da troppi anni attendono. L’equivoco maggiore sta nell’insistere a considerare le Civil Partnership un istituto di serie B: uguaglianza di diritti e doveri nel valore della diversità di istituti parigrado. La conferma sta nel fatto che si intendono disciplinare anche le coppie di fatto, di ogni orientamento, che, quelle sì, conferiscono minori diritti e vengono a ragione considerati degli istituti più leggeri, quindi di serie B. D’altronde in Germania due gay si sposano sottoscrivendo un’unione civile e non per questo hanno meno diritti degli spagnoli o dei francesi che possono contrarre matrimonio.

Non solo: c’è anche da considerare che in quasi tutti i Paesi d’Europa dove oggi si è esteso il matrimonio alle coppie gay, disciplina sinora vigente era quella delle unioni civili e nessuno ha gridato allo scandalo ad alla discriminazione. Se le Civil Partnership sono un punto di partenza da ottenere subito, perché caricarsi della responsabilità di dire a due persone che si amano di aspettare ancora, chissà quanto, per potersi sposare? Di guerre ideologiche questo Paese ha sofferto a sufficienza e nulla in meglio è cambiato: sarebbe forse l’ora di non cadere nella trappola dei pre-giudizi fermandosi a protestare a qualche metro dal (primo) traguardo raggiunto.

Giuliano Gasparotti
Responsabile nazionale area Diritti Civili