“Accogliamo con grande soddisfazione la sentenza della Corte di Cassazione che, dopo lunghi mesi di unilateralità e accanimento giudiziario nei confronti della famiglia Riva, ha finalmente giudicato con pieno spirito di terzietà l’intera vicenda. Il nostro auspicio è che partendo da questa base si possa affrontare il prosieguo della questione Ilva in un clima di maggiore oggettività e serenità.” C’è tanto berlusconismo nelle parole di Antonio Gozzi, presidente di Federacciai che ha commentato così la sentenza con cui la suprema corte ha restituito un tesoro da 8 miliardi di euro al gruppo Riva.

Una faziosità che non fa bene a nessuno. Prima di tutto non fa bene allo stesso Gozzi che sembra aver dimenticato il recente passato della vicenda giudiziaria che riguarda i suoi associati. Dimentica infatti di ricordare che questa è la prima pronuncia della Cassazione in costrasto con le decisione dei magistrati ionici. Più volte, dal sequestro del 26 luglio 2012, non solo i giudici capitolini hanno dato ragione a quanto raccolto dalla procura guidata da Franco Sebastio e alle decisioni prese dal gip Patrizia Todisco, ma in alcuni casi hanno anche aggiunto il resto. Vale la pena ricordare al presidente Gozzi, ad esempio, rigettando il ricorso dei legali dell’Ilva, la Cassazione non solo confermò i domiciliari per l’88enne Emilio Riva, per il figlio Nicola e per il direttore dello fabbrica Luigi Capogrosso, ma aggiunse che la gestione dello stabilimento ha determinato “la contaminazione di terreni ed acque e di animali destinati all’alimentazione in un’area vastissima che comprende l’abitato di Taranto e di paesi vicini” grazie una condotta portata avanti con “coscienza e volontà per deliberata scelta della proprietà e dei gruppi dirigenti che si sono avvicendati alla guida dell’Ilva i quali hanno continuato a produrre massicciamente nella inosservanza delle norme di sicurezza con effetti destinati ad aggravarsi negli anni”.

Parole firmate dalla stessa Cassazione che ieri Gozzi esaltava come fulgido esempio da contrapporre all’accanimento giudiziario delle toghe verdi ioniche. Quanto allo spirito di terzietà della magistratura, il presidente di Federacciai dovrebbe sapere che proprio poche settimane sono stati i magistrati giudicanti di Taranto ad assolvere i Riva dall’accusa di aver monopolizzato illecitamente il porto di Taranto. Perché non evidenziarlo?
Forse non fa comodo. Ciò che serve, probabilmente, è denigrare chi ha portato a galla i danni causati dal capitalismo spregiudicato dei padroni dell’acciaio con l’obiettivo, probabilmente, di favorire una fuga del processo da Taranto per incompatibilità ambientale. Come i maxiprocessi alla vecchia mafia celebrati non a Palermo, ma a Bari e Catanzaro. Dove i giudici non erano condizionati. E dove la sentenza scagionò completamente imputati del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano. 

 

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