La cosa è ancora tutta da spiegare. Ci riferiamo al decreto legge che dovrebbe disciplinare la nuova Imu dai nomi cangianti, la vendita di immobili pubblici e la rivalutazione del capitale della Banca d’Italia nonché la modifica della sua compagine azionaria. Il decreto è al Senato ed è ancora al “caro amico” presso la commissione Finanze e Tesoro. Gli aspetti che più incuriosiscono di questo provvedimento sono le norme sulla Banca d’Italia. Sia chiaro, la rivalutazione del capitale della Banca centrale fermo al 1936 andava assolutamente fatta anche se inserirla in un decreto di urgenza appare indubbiamente esagerato. Ma non è la forma che ci incuriosisce. Gli effetti di questa rivalutazione a 7,5 miliardi di euro di un capitale fermo a 300 milioni di vecchie lire porta un incremento patrimoniale, in particolare alle due banche che hanno quote maggiori, Intesa San Paolo con poco più del 30 per cento e Unicredit con poco più del 20 per cento. Un incremento patrimoniale che per l’istituto guidato da Giovanni Bazoli è di poco superiore ai 2 miliardi di euro e per Unicredit di circa 1,5 miliardi di euro.

Non sono bruscolini ma non risolveranno i problemi che possono avere le nostre due banche maggiori che hanno dentro la propria pancia parte rilevante dei 145 miliardi di euro di prestiti in sofferenza. Altro effetto della rivalutazione potrebbe essere quello di un maggiore gettito tributario per il momento non previsto dalla norma come invece è accaduto, nel passato, per la rivalutazione dei cespiti delle imprese. Il motivo è incomprensibile vista la penuria di fonti di copertura a cominciare proprio dall’Imu. La ragione forse, sta nel vecchio detto popolare noblesse oblige, trattandosi della nostra Banca centrale ben al di sopra delle miserie quotidiane che riguardano famiglie, imprese, banche e lo stesso Stato nazionale.

Il ventennio all’ombra di via Nazionale
Stando così le cose, allora, davvero non si comprende l’inserimento nella decretazione di urgenza di queste norme riguardanti la Banca d’Italia. La malizia, però, è il nostro pane quotidiano e forse la risposta al nostro interrogativo sta in altre norme contenute nello stesso decreto legge sempre riguardanti la Banca d’Italia. La normativa introdotta amplia il numero dei possibili partecipanti al capitale della nostra Banca centrale riducendo, nel tempo, al 5 per cento il massimo delle quote possedibili (oggi Intesa e Unicredit hanno più del 50 per cento del capitale). Il motivo è che ieri queste due banche, così come altri istituti, avevano natura pubblica e oggi che son private la loro partecipazione va ridotta. Sembra una giusta prudenza salvo che ci si accorge del fatto dopo quasi vent’anni dalla privatizzazione delle nostre maggiori banche e che, nel contempo, si apre il capitale del nostro mostro sacro anche a soggetti finanziari esteri ancorché limitati al perimetro della comunità europea. E qui sbandiamo, un po’ per malizia e un po’ per ignoranza. Ma come, adesso vendiamo all’estero anche le quote della nostra gloriosa Banca centrale? Abbiamo subito voluto vedere se vi fossero casi analoghi in Europa.

Il governo, nella sua relazione, ci dice che negli Usa, in Svizzera, in Giappone e in Belgio le Banche centrali sono aperte ai privati anche non nazionali. A noi risulta che anche la Grecia è della partita. Insomma, le grandi democrazie europee, Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e via di questo passo non aprono a campioni esteri il capitale delle loro Banche centrali. E allora? Confessiamo di non saper rispondere, ma siamo convinti che l’argomento vada sviscerato e vadano richiesti al ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, le ragioni di questa strana e solitaria apertura. Saccomanni, peraltro, è l’ennesimo nome di Banca d’Italia che guida la nostra economia. Anche su questo qualche riflessione, forse, è tempo di farla. Negli ultimi vent’anni, offuscati dalla scontro permanente Berlusconi-Prodi con pochi comprimari (Monti-Letta) non ci siamo accorti che il trascorso ventennio politico potrebbe essere definito come il ventennio della Banca d’Italia. Per oltre nove anni degli ultimi venti, infatti, l’economia italiana è stata messa nelle mani di un governatore della nostra Banca centrale (Ciampi) e di tre suoi autorevoli direttori (Dini, Padoa Schioppa, Saccomanni). Perché la politica è fuggita da queste responsabilità? E perché la Banca d’Italia e i suoi vertici si sono così frequentemente prestati a un impegno tanto diverso dalle proprie competenze? Sete di potere, voglia di prestigio? Difficile, vista la stabilità e il prestigio dei ruoli svolti in Banca d’Italia da Ciampi, Dini, Padoa-Schioppa e Saccomanni rispetto alla precarietà del ruolo di ministro. É stato forse il dovere verso il Paese a farli scendere in campo? Visti i risultati, il Paese, forse, ne avrebbe fatto volentieri a meno.

Negli anni Novanta ci sono state vendite di società pubbliche per oltre 150 miliardi di euro e il ruolo del ministro del Tesoro, azionista unico di quasi tutte le aziende vendute, è stato determinante. Dovremmo allora scomodare Dante con il suo “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare” per capire la chiamata degli uomini della Banca d’Italia alla guida della nostra economia? Lasciamo l’interrogativo senza risposta nella speranza che non si facciano altri pasticci, perché diversamente su questo ventennio si staglierebbe davvero l’ombra lunga della Banca d’Italia e allora, diversamente da Virgilio, dovremmo “dimandare”.

di Koala

da Il Fatto Quotidiano dell’11 dicembre 2013