Un anno di tweet papali. Il 12 dicembre 2012 Benedetto XVI sbarcava su Twitter con l’account @Pontifex. Una rivoluzione paragonabile a quella di Gutenberg che, però, si scontrò subito con l’iceberg formato da una valanga di messaggi offensivi per il Papa tedesco abituato a scrivere a matita. In Vaticano non pochi addetti ai lavori pensarono di chiudere immediatamente l’account papale per evitare di esporre ulteriormente Ratzinger agli insulti di alcuni utenti. Alla fine prevalse la linea del presidente del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali, monsignor Claudio Maria Celli, che sosteneva che il Papa non doveva scappare da Twitter. Dopo dodici mesi la strategia di Celli è risultata vincente. Oggi @Pontifex, declinato in nove lingue, ha raggiunto quota 11 milioni di follower in tutto il mondo e con l’avvento di Papa Francesco è diventato quasi quotidiano l’appuntamento con il cinguettio di Bergoglio.

L’apertura di @Pontifex coincise con la fine della stagione Vatileaks al centro del libro di Angelo Scelzo, vicedirettore della Sala Stampa della Santa Sede, che si domanda se essa sia stata una “Caporetto” della comunicazione vaticana. “Il tema principale – scrive Scelzo nel suo libro La penna di Pietro edito dalla Libreria Editrice Vaticana – è stato certamente quello dell’assenza di un coordinamento; altro punto debole, indicato da più parti, la scarsa confidenza con le nuove tecnologie informatiche, mentre dagli ‘specialisti’ (di fatto i vaticanisti) le accuse si concentravano, in maniera più specifica, su un’accentuata frammentazione degli stessi mezzi. Il tutto aggravato dal vizio di fondo, attribuito non tanto alla comunicazione, quanto alle strutture ecclesiali in sé, di un’antica e invincibile diffidenza nei confronti dei media esterni”.

Scelzo ammette che “si poteva non essere attrezzati a parare i colpi d’ariete, perché tali erano le rassegne stampa al tempo di Vatileaks”, che egli definisce “una variabile impazzita”, “ed è ragionevole immaginare – aggiunge il vicedirettore della Sala Stampa vaticana – che la forza d’urto complessiva non contenesse solo elementi di ‘energia pulita’. Di fronte a quello che dall’esterno assumeva sempre più il carattere di un assedio, – è la risposta di Scelzo alle critiche – non toccava, almeno in maniera diretta, alla comunicazione vaticana contrapporre proprie strategie di difesa”.

Nel libro di Scelzo, che ha vissuto tutte le fasi più importanti della comunicazione vaticana degli ultimi decenni, prima come vicedirettore de L’Osservatore Romano, poi come responsabile dell’Ufficio comunicazione del Grande Giubileo del 2000 e per tredici anni come sottosegretario del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali, sono fotografati in modo inedito gli ultimi cinquant’anni di vita dei media vaticani. Si parte dal decreto del Vaticano II dedicato ai mezzi di comunicazione sociale Inter mirifica fino all’avvento di Papa Francesco. E proprio il documento del Concilio sui media, che ha appena compiuto cinquant’anni dall’approvazione, è stato oggetto di un convegno organizzato dalla Pontificia Università Lateranense.

“L’Inter mirifica – afferma Massimiliano Padula, portavoce dell’Ateneo del Papa e curatore del volume La fede comunicata (Lup) – passa alla storia perché, per la prima volta, un Concilio riflette di comunicazione e media”. Guardando alla cronaca dei nostri giorni, Padula sottolinea che già il titolo del primo messaggio che Bergoglio scriverà ai giornalisti per la festa del loro patrono, San Francesco di Sales, “Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro”, “evidenzia appieno le peculiarità comunicative di Papa Francesco che è un comunicatore fisico, concreto, essenziale e creativo. In una parola un comunicatore perfetto”. E a chi accusa Bergoglio di cedere alla spettacolarizzazione nei suoi gesti fuori programma, stessi rilievi tra l’altro che erano stati mossi anche a Giovanni Paolo II, Alessandro Gisotti, vicecaporedattore di Radio Vaticana, risponde che “tali obiezioni avrebbero qualche fondamento se Bergoglio o Wojtyla avessero marcato una discontinuità tra l’esperienza alla guida dell’arcidiocesi di Buenos Aires e Cracovia e quella successiva come pastore della diocesi di Roma. Il fatto, invece, che sia l’uno che l’altro abbiano ‘continuato a fare il vescovo’ è un segno eloquente di libertà interiore, che accomuna i due Pontefici”.