Elizabeth Strout ha il dono di trasformare donne normali, donne qualsiasi, in personaggi eccezionali. In Olive Kitteridge la protagonista è un’insegnante di provincia. In Amy e Isabelle, Isabelle è una segretaria qualunque e Amy un’adolescente piena di paure come tante. In Resta con me, Tyler è un reverendo di un piccolo paese del Maine e Connie una domestica. Anche I ragazzi Burgess è la storia di gente comune, Susan e Helen sono madri che hanno vissuto per i figli e basta, Bob e Jim due fratelli in competizione come migliaia di altri. Eppure è proprio da questo nucleo di normalità che la Strout tira fuori grandi storie e figure potenti, indimenticabili. Qual è il segreto? Elizabeth Strout risponde, gentile e disponibile, lei per prima si considera una persona normale e ci tiene a farlo capire. Dopo aver vinto il Pulitzer, quando la gente la guardava in mondo diverso, era persino preoccupata. Continuava a dire a tutti “Ma sono sempre io… Non è cambiato niente”.

Cominciamo da qui. Come si fa a trasformare una persona qualunque in un grande personaggio?
Quando ero al college, discutevo con un amico tutta la notte: lui diceva che esistono delle persone veramente noiose e io rispondevo di no, che nessuno è noioso se lo conosci. Eravamo giovani, quindi litigavamo. Ogni tanto penso che forse aveva ragione lui, ma in realtà sono ancora abbastanza convinta di questa idea. Una persona può fare la vita più normale del mondo, ma per lei la sua vita è importante, quindi lo è anche per me come scrittrice.

Per costruire un personaggio, spesso lei usa un particolare fisico caratterizzante. I capelli di Amy, la grossezza di Olive… Come si fa a rendere così bene questa fisicità? Deve vederli, i personaggi?
Sì, ho bisogno di vederli. Non come vedo lei adesso, con questa chiarezza. É una visione più impressionista. Se ho dei problemi a vedere un personaggio, ho dei problemi a scrivere. Per esempio in Resta con me non riuscivo a visualizzare la domestica, tanto che a un certo punto ho preso carta e penna e ho cominciato a disegnarla. L’ho fatto anche con Tyler, il reverendo. Inizio proprio da questa idea fisica. Olive doveva essere per forza grossa, era una parte del problema con se stessa. E sapevo che c’era una storia nei capelli di Amy. Inizia tutto con una visione, esatto.

Come lavora? Vede qualcuno e le viene un’idea? Mescola nella testa pezzi di persone reali? Dimentica tutto e tutti e lascia che sia l’immaginazione a fare questa sintesi?
A volte, quando sono nella metro, mi capita di osservare una faccia per quaranta minuti e di dirmi: Ah, che faccia interessante. Poi però queste persone le mescolo, le costruisco. I personaggi sono un’unione di tante persone reali.

Per sette anni si occupa di un personaggio, ci vuole una bella pazienza. Le capita mai di stancarsi di lui o di lei? Come fa a sopportarlo per tanto tempo?
Quando mi accorgo che sono stanca di un personaggio, è un pessimo segno. Vuol dire che c’è qualcosa di sbagliato. Quindi devo stare molto attenta a questa sensazione. Perché, mi creda, se io sono stanca di questo personaggio, figuriamoci quanto può esserlo il lettore. Devo trovare un modo di mantenermi in uno stato di eccitazione. Se a me non interessa, a te non interessa. Devo vederli con il cuore aperto, con onestà.

E con quali personaggi le è capitato?
Per esempio con Helen, nei Ragazzi Brugess, non riuscivo a vederla a cuore aperto, avevo dei pregiudizi nei suoi confronti, forse perché ho dei pregiudizi nei confronti delle donne ricche del Connecticut. A un certo punto ho dovuto fermarmi, e dirmi: Aspetta, non c’è nessun motivo per cui tu debba avercela con lei. Non è colpa sua se non ha mai sofferto ed è sempre vissuta nell’agio. Mi dovevo ricordare che era solo una persona.

Quindi le succede con i personaggi che le stanno antipatici?
Oh no, anche nel caso di Bob mi è successo, personaggio che io adoro. Dovevo stare attenta perché non doveva essere troppo deprimente, troppo pesante. Ero consapevole di muovermi su un crinale delicato, trovare l’equilibrio giusto non è stato facile. Ho avuto tantissimi problemi anche con Isabelle, in Amy e Isabelle, nel senso che non riuscivo a trovare quell’equilibrio, appunto. Ho combattuto tanto poi, di colpo, mi è venuta in mente una frase, che adesso si trova all’inizio del libro: «Ma Isabelle aveva la sua storia». Una volta capito questo, ero libera. Non è facile, spesso si deve lavorare molto per trovare il giusto rapporto con i personaggi. A volte con alcuni ci vuole più tempo.

Lei è capace di grande empatia, di entrare nella testa degli altri. Il mondo del Maine lo conosce bene, ma come fa con gli altri? Per esempio quando, nei Ragazzi Brugess, deve raccontare i somali?
Ho passato anni a leggere sulla cultura somala, a studiare la loro storia, a documentarmi sui campi profughi in Kenia dove i somali sono vissuti prima di venire in America, e sono entrata in casa loro. Una delle decisioni più difficili che ho dovuto prendere era se adottare o meno il punto di vista di un somalo. Ero consapevole che era una scelta rischiosa, però ho pensato che se non lo facevo sarebbero rimasti «l’altro». Sarebbero rimasti fuori dall’esperienza del lettore e invece io volevo che il lettore si calasse nei loro panni.

Quindi all’esperienza diretta si può sostituire lo studio. Ma è sufficiente? É possibile attingere dal proprio vissuto lo stesso, anche se è molto diverso?
Ho dovuto prepararmi tantissimo, certo. E ho cercato di farlo meglio che potevo. Ci è voluto molto tempo. Il problema era assumere il loro punto di vista, entrare nella loro testa. Era un rischio, perché i somali sono così diversi… É stato fondamentale per me un libro di proverbi, per esempio. Mi aiutava a capire il loro punto di vista, come vivono, la loro visione della comunità, il loro senso del divino. Ma le persone sono persone, quindi ho attinto anche dalle mie esperienze, per esempio come mi sentivo in un paese straniero, dove non capivo la lingua e non sapevo come muovermi.

Quali doveri sente nei confronti dei suoi personaggi quando li affronta?
Lasciarli essere se stessi. L’ho capito mentre scrivevo Olive Kitteridge. Olive a volte si comporta male, come nella scena durante il matrimonio, nella stanza del figlio. Mentre scrivevo, pensavo: Adesso sta esagerando. Poi mi sono detta: Non proteggerla, lasciala essere quello che è. Bisogna lasciarli avere anche brutti pensieri, perché questa è la vita. Non bisogna censurarli mai.

Gli errori che uno scrittore non deve mai commettere
– Non cercare di dimostrare sempre bravura sulla pagina
– Non mentire, non essere falso
– Non rimanere in superficie, non cercare scorciatoie

Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 9 dicembre 2013

(Foto Lapresse)