Aveva pensato di fare un anno di Erasmus a Parigi e poi tornare a casa, ma dopo l’università Elena Italiani non poteva continuare i suoi studi. Con la laurea in giapponese in tasca è tornata in Francia, dove vive ormai da undici anni. “Ho fatto di tutto e ogni anno cambiavo lavoro, all’inizio mi sono dovuta adattare. Sono passata dalla centralinista al servizio clienti, fino ad approdare al web marketing che è stato il mio ultimo lavoro”. Poi, un anno fa, la decisione: partendo dal suo blog Italiani Pocket – come sopravvivere a Parigi, ha aperto un’agenzia di servizi per aiutare gli italiani alle prese con la burocrazia francese.

Per riuscire a partire con la sua piccola azienda Elena ha trovato tutto l’aiuto necessario. Si è iscritta al Pôle Emploi, il collocamento francese, dove per tre mesi l’hanno accompagnata a redigere il business plan. Poi le è stato assegnato un contabile che l’ha aiutata a scegliere il miglior regime fiscale e che la affiancherà fino al 2015. “Per fare in modo – spiega – che non fallisca nei tre anni iniziali. E l’assistenza è gratuita”. È il sistema francese che ti permette di essere autonomo, insiste, con i suoi stimoli e le sue regole.

“Quando sono arrivata a Parigi ai tempi dell’Erasmus, mi sono ritrovata in un ambiente dove era normale andare all’università, avere un lavoro e ricevere un aiuto per pagarsi l’affitto attraverso agenzie come Caf, la Caisse d’Allocations Familiales. È un aiuto imprescindibile per chi arriva a Parigi per la prima volta, perché è un sussidio che finanzia una parte dell’affitto per chi non ha abbastanza soldi”. Oggi Elena vive con suo marito, anche lui italiano: “Non ci diamo limiti, se dovesse capitare un’opportunità altrove, la prenderemo in considerazione. Ma non torneremo in Italia”, dice. Anche se questo vuol dire restare sempre una straniera. Sono le sue amiche a raccontarle la vita nel nostro Paese, dove si sentono in balìa degli umori e dei favori del datore di lavoro. Per Elena è diverso: “È importantissimo sentirsi un lavoratore con dei diritti. Qui mi sono potuta permettere di avere un appartamento, di vivere da sola, di uscire – facendo dei sacrifici – ma non ho mai avuto l’impressione dell’ ‘oh mio dio come faccio a vivere, come faccio a campare, non arrivo a fine mese’”.

Di “casa” le resta il ricordo positivo della sua formazione: “L’università italiana è tosta, è molto buona rispetto a quello che c’è fuori”. Per lei, che era arrivata in una classe dove già tutti parlavano correntemente giapponese, è stata dura. Tuttavia, in Francia la preparazione è prevalentemente orientata al pragmatismo e secondo Elena pecca dell’assenza di teoria. Quella che insegna “a studiare, a ragionare, a cavarsela un po’ in tutti gli ambiti. In Francia l’università serve a una cosa sola: a trovare un lavoro dopo”.

Il suo blog è stato per cinque anni un osservatorio per conoscere i costumi dei migranti italiani, ed Elena ha tratto le sue conclusioni: qualcosa si è trasformato. “Anni fa la tipologia di mail che mi arrivava era un po’ diversa. C’erano molte persone incuriosite, che volevano fare una nuova esperienza all’estero e mi chiedevano consigli. Adesso ricevo sempre più mail di connazionale che vogliono scappare dall’Italia: un cambiamento radicale rispetto a prima”. A chi arriva in Francia, però, consiglia di cambiare mentalità. È pericoloso partire allo sbaraglio, disposti a tutto. Chi si presenta in questo modo “si farà sfruttare e andrà a lavorare in nero. Perché non sa che può avere il meglio, qui avere il contratto è la cosa più normale del mondo. Anche se si lavora un giorno come hostess di un evento”.

di Stefano Porciello