Nonostante la fanfara sui segnali di ripresa nell’Eurozona, le previsioni della Commissione europea e dell’Ocse dipingono uno scenario incerto. L’incertezza è alimentata dalle marcate differenze nello stato di salute dell’economia tra Paesi locomotiva, come la Germania, e Paesi meno competitivi costretti a inseguire, tra cui Italia e Francia. Questi processi però richiedono una governance efficace, capace di contenere i conflitti economici e sociali dovuti ad aggiustamenti in competitività rallentati da un regime di cambi che non permette più svalutazioni in stile Prima Repubblica. Il rallentamento permette a Stati più competitivi di attrarre maggiori risorse, accentuando ancor più il gap in competitività con i Paesi periferici. Per questo in Europa si parla di come introdurre maggiore simmetria nella governance dell’Unione e ridurre il surplus di partite correnti della Germania, che ha sfondato quota 6 per cento del Pil. Mentre l’improbabile incremento dei salari minimi o la liberalizzazione del settore dei servizi, richiesta dalla Commissione europea, pena una misera sanzione dello 0,1 per cento del Pil, potrebbe non necessariamente ridurre la competitività dell’economia tedesca, si chiede a Stati in difficoltà di tagliare risorse sulla base di un numero la cui attendibilità lascia a desiderare già da tempo (come riportato da Paul Krugman).

La beffa della disoccupazione che alimenta l’austerity
Secondo la golden rule introdotta nella Costituzione dei Paesi dell’Eurozona in questi anni, il deficit strutturale di medio termine non dovrebbe superare lo 0,5 per cento del Pil, soprattutto per Paesi con debito elevato quali l’Italia. C’è una lunga diatriba tra economisti su come questo deficit “strutturale” vada calcolato. In altre parole, come stimare un deficit che non tenga conto degli effetti temporanei del ciclo economico (in questo caso negativi). Tuttavia, sembra chiaro e riconosciuto dalla Commissione stessa, che il dato attuale sia impreciso e aggiunga effetti depressivi sui bilanci degli Stati in difficoltà, con misure di austerità che potrebbero non essere necessarie. La distorsione nasce dal calcolo del tasso di disoccupazione strutturale.

Il calcolo del deficit strutturale si basa sulla stima del Pil potenziale della nazione, pesantemente influenzato a sua volta dal tasso di disoccupazione strutturale, il principale fattore della produzione. A oggi questo tasso di disoccupazione ci dice che, se depuriamo l’effetto temporaneo del ciclo economico, l’economia spagnola nel 2013 dovrebbe comunque lasciare a casa il 23 per cento della popolazione attiva. È un dato assurdo, stimato con un modello che utilizza il tasso di crescita annuale dei salari per stabilire quanta parte del tasso di disoccupazione nominale (in quel momento) sia temporaneo. Più i salari rimangono stabili, ovvero più il mercato del lavoro non reagisce agli eventi, minore è la differenza tra il tasso di disoccupazione nominale e quello strutturale. Minore la differenza tra disoccupazione nominale e strutturale, minore la differenza tra Pil nominale e potenziale, quindi il deficit nominale è molto vicino a quello potenziale. Solo una piccola parte del deficit di queste nazioni in difficoltà è così attribuibile alla crisi.

Questo potrebbe anche essere un passaggio logico in un’economia chiusa con tassi di cambio flessibili, ma nel nostro caso parliamo di economie aperte in un’Unione monetaria, ovvero in un’area economica in cui la rigidità dei salari è maggiore perché non c’è l’effetto della loro caduta relativa rispetto ad altre nazioni causato dalla svalutazione del tasso di cambio per la crisi. Il mercato del lavoro reagisce lentamente a questi cambiamenti a causa di frizioni, tra cui regimi regolamentari o contrattuali differenti, e per la scarsa mobilità del lavoro. Il risultato è un tasso di disoccupazione temporaneo (dovuto al ciclo economico) molto sottostimato perché non tiene conto di altri fattori temporanei che influenzano la rigidità dei salari e pertanto il tasso di disoccupazione attribuibile al ciclo economico.

Correggere l’errore potrebbe ridurre anche di alcuni miliardi di euro gli aggiustamenti annuali richiesti e quindi mettere risorse importanti a disposizione per stimolare la domanda interna e gli investimenti. La Commissione ha riconosciuto il problema ma ancora oggi non è riuscita a correggere per il veto di alcuni stati membri (facile capire quali).

Ma la governance economica dell’area euro è ancora immatura, le relazioni tra Paesi membri sono come un contratto tra creditori e debitori: chi non attrae investimenti e primeggia nelle esportazioni deve essere punito, invece che aiutato a portare avanti quelle riforme (anche dolorose) e investimenti per creare ricchezza. Chi attrae invece troppi capitali, sfruttando anche un regime di cambi fissi che rallenta gli aggiustamenti, è solo invitato alla sobrietà con sanzioni quasi inesistenti.

Quest’asimmetria, contro cui si sono scagliati molti economisti guidati da Paul De Grauwe, alimenta una visione di sviluppo economico che mina le basi di un processo d’integrazione economico e finanziario che tenga conto delle diversità regionali che compongono un’area chiave per lo sviluppo del nostro continente.

Diego Valiante, responsabile della ricerca su mercati finanziari, Centre for European Policy Studies (CEPS) di Bruxelles
Da Il Fatto Quotidiano del 4 dicembre 2013