Servizio pubblico televisivo, sì o no? In vista della scadenza del 2016 del contratto di servizio tra la Rai e lo Stato, ovvero il ministero dello Sviluppo Economico, il dibattito inizia ad accendersi. Se n’è per esempio parlato nei giorni scorsi a un convegno organizzato dalla Fondazione Paolo Grassi e l’ente Corriere della Sera.

Dai tempi di  Grassi, che fu presidente della televisione pubblica dal 1977 al 1980, cioè agli albori della tv a colori e della terza rete, molto è cambiato dal punto di vista tecnologico e non solo. Oggi con la moltiplicazione dei canali e delle piattaforme il panorama dell’offerta è del tutto diverso. E tuttavia si dovrebbe discutere del ruolo del servizio pubblico a partire proprio dalla sua necessità o inutilità.

Occorre premettere che l’Europa vanta una lunga tradizione di servizio pubblico televisivo e che il canone d’abbonamento non è un’esclusiva nazionale. Al contrario i paesi del Nord Europa pagano molto di più di noi. Si va dai 315,57 euro della Norvegia ai 303,35 della Danimarca e anche in Germania il canone è più salato: 204,36 euro. Per il servizio pubblico in Gran Bretagna sborsano 185,11 euro. I 113,5 che paghiamo in Italia è una somma inferiore a quella che tocca ai francesi. I cugini d’oltralpe infatti ne pagano 121. E gli gnomi di Zurigo detengono il primato con un canone di 360,65 euro. In Spagna però non esiste un canone, l’emittente Rtve è finanziata direttamente dal governo. Dunque non si può liquidare la questione solo dal lato economico.

Ma quanto vale il canone? Nel 2012, stando alle cifre esposte in bilancio, la Rai ha incassato 1,747 miliardi di euro dal canone e 745,3 milioni di euro dalle entrate pubblicitarie. L’esercizio si è chiuso con un risultato negativo per 244,6 milioni. Come risulta lampante, si tratta di cifre importanti e, di conseguenza, la domanda sul senso e l’opportunità di continuare a finanziare il servizio pubblico ha una sua ragion d’essere.

Ma cosa si configura come servizio pubblico? Non esclusivamente l’informazione. Anche trasmissioni che si potrebbero rubricare alla voce “intrattenimento”. Ed è proprio questa non meglio definita attività che è finita nell’occhio del ciclone. Qualche giorno fa, il vice ministro dello sviluppo economico, Antonio Catricalà, intervistato da Giovanni Minoli su Radio 24 ha dichiarato che “Senza bollino non ci sarà il nuovo contratto di servizio tra Rai e Stato”.

Il bollino dovrebbe servire a indicare chiaramente al pubblico quali sono le trasmissioni finanziate con il canone e quali invece quelle che si reggono sulla raccolta pubblicitaria.“Non demorderò e non firmerò un contratto di servizio che non abbia con sé il bollino per il programma perché è l’aspetto più rilevante oltre al fatto che abbiamo tolto la pubblicità dai programmi che riguardano i minori”.

Dunque anche programmi di varietà? E perché no? La Rai presidia fortemente la fascia di ascolto degli over 65 che è considerata assai poco appetibile dalla concorrenza commerciale perché giudicata con una scarsa capacità di spesa (i pensionati non sarebbero “consumisti”) e dunque non in grado di attrarre gli investimenti pubblicitari. Dunque anche intrattenere i nonnetti sarebbe fare servizio pubblico. E, per questa fascia d’età, l’ammiraglia Rai stravince la gara degli ascolti praticamente in qualsiasi stagione. Sul versante opposto la guerra per accaparrarsi i bambini e soprattutto i pre-adolescenti è condotta senza esclusione di colpi. Ma con alterne vicende, considerando anche che la concorrenza della pay Tv è significativa proprio sul fronte dei giovanissimi e dello sport.

Diverso il discorso quando i ragazzi crescono. A quel punto finisce la guerra del telecomando. Semplicemente perché i giovani guardano la tv non sull’apparecchio tradizionale condizionato dal palinsesto fisso ma sul pc o sul tablet, costruendo il loro palinsesto su misura attraverso l’offerta della rete. Da anni ormai è noto che il futuro della telefonia sarà “on air” ed quello della Tv sempre più legato al cavo, o meglio, alla fibra ottica.

E allora chi saranno gli utenti del servizio pubblico di domani? E quale tipo di contenuti televisivi saranno giudicati di pubblico interesse? E, ancora, una società sempre più multietnica parlerà sempre e solo italiano? E non sarebbe allora il caso di pensare un’offerta multiculturale più declinata verso queste nuove componenti? Forse troppa carne al fuoco per un solo contratto di servizio.